Galliani, Barbara Berlusconi: due poltrone per un solo
vicereame, quello del Milan. E due
personalità unite da un fragile ed inconfessabile segreto: per l’effetto del
quale l’anziano plenipotenziario, quanto prima, toglierà il disturbo. Al di là
delle dichiarazioni di comodo. Perché in certi ambienti è così: tutto va bene,
sino a nuovo ordine. E, dietro, l’ombra incombente del padrone Silvio. Che ha
già deciso di rinnovare: proprio tutto. E, contemporaneamente, di salvaguardare
l’armonia di famiglia: e ci mancherebbe, del resto. Quel padrone che, da tempo,
non ama Allegri. E che, nel tempo, più volte ha provato a defenestrare. Senza
riuscirci. Incocciando proprio nella dura corteccia di Galliani. Questa volta,
però, è davvero finita. E non solo per il tecnico, travolto da un ragazzo che
si chiama Domenico Berardi e che arriva da Cariati. Travolto dal Sassuolo. E travolto, innanzi tutto, dal suo stesso
destino, già tracciato e persino pubblicizzato con anticipo larghissimo: sei
mesi. E’ davvero finita, nel frattempo, anche per il Richelieu più longevo
d’Italia. Al quale era stata recentemente affidata la titolarità dell’area
tecnica. Costata anche abbastanza: cioè, la cessione dell’area amministrativa e
organizzativa. Barbara, però, scalpitava e scalpita ancora. Consapevole di
possedere spalle larghe e, soprattutto, coperte. Sufficienti, alla prima
occasione utile, per intervenire duramente. La figura magra di Sassuolo è
inaccettabile, detta. E, immediatamente dopo, cala il sipario. Due poltrone
sono troppe, in un vicereame. Solo una regge. L’altra è puro cartone. E le
bugie, nel calcio prima che altrove, affiorano presto.
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lunedì 13 gennaio 2014
sabato 30 novembre 2013
La giovane rampante e l'antico Richieleu
Lei è giovane, bella, rampante, aggressiva. Erede designata di un impero calcisticamente robusto. Si chiama Barbara. E, di cognome, fa Berlusconi: un marchio di fabbrica. Lui è l’antico Richieleu del pallone italiano, uomo di lotta e di governo, di rustica passione e sottile managerialità. Si chiama Adriano Galliani, plenipotenziario del club più titolato, in Europa. Più del Real, come confermano le statistiche ufficiali. Immagine e sostanza della società: tra storia e futuro. Lei spinge, sgomita, si arrampica, guadagna spazio, accusa e sentenzia. Certe logiche sono sorpassate. Determinate amicizie non convincono. Alcune strategie vanno aggiornate. E così via. Lui, galantuomo vecchia specie (certifica persino José Mourinho, avversario epocale), incassa, assorbe, deglutisce. E assiste con aplomb: prima di decidere. Prima di pubblicizzare il prossimo (e apparentemente scontato) disimpegno. Con una dichiarazione rilanciata immediatamente da ogni agenzia di stampa, da qualsiasi sito web, da tutta la stampa nazionale e internazionale. Salvaguardando, magari, la serena quotidianità del Milan e della squadra: che, a breve, si giocherà la qualificazione alla seconda fase di Champion’s. In attesa di un risveglio, seppur graduale, in campionato. La guerra è generazionale: il nuovo che avanza, il vecchio che resiste. Ma non solo: è anche una battaglia più terrena, che si evolve tra mancate empatie, negli spazi ristretti che non ammettono più di un unico sovrano. Lei delegittima il governatore di quasi trent’anni di calcio. Lui capisce che è il momento di lasciare. Con classe, va riconosciuto. Con garbo. Senza strattonare. Ma il padrone del battello, tra i mari burrascosi della sua vita politica e privata, non può cancellare la storia, come se niente stesse accadendo. Silvio Berlusconi rompe il silenzio e, proprio al novantesimo, come quasi sempre succede, interviene. Solidificando, se mai ce ne fosse bisogno, le referenze del suo amministratore delegato, amico di sempre e compagno di avventura consumato. E’ tutto a posto, nel Milan non esistono correnti, non c’è spazio per la discordia. Tutto a posto, Galliani ha scherzato. Non ci saranno dimissioni: né dopo il match di Coppa con l’Ajax, né mai. Il Richelieu di casa nostra rimane. E governerà ancora a lungo. Con Barbara, Silvio troverà una soluzione. L’immagine è salva. E pure la sostanza. Anche se Galliani, in fondo, aveva capito il problema, accettato la realtà: il rinnovamento, molte volte, è necessario. Purché suffragato dalla forma: tradita nei fatti. Quella forma a cui non rinuncia, piuttosto, il padrone del Milan. Senza badare troppo, magari, all’essenza del problema. Che resta. Barbara da una parte, Adriano dall’altra. E, in mezzo, una frattura profonda.
martedì 4 giugno 2013
Milan, chi vince e chi perde
Tante, troppe settimane per incrociare il punto di partenza. Tanti, troppi giorni per genuflettersi di fronte alla realtà di un contratto. Che, talvolta, anche in Italia occorre rispettare. Tante, troppe pagine di giornali, minuti di televisione pubblica e privata e conversazioni sprecati: per poi abituarsi, tutti, ad una decisione datata nel tempo. Minacciata, sì, ma anche meravigliosamente inattaccabile dai fatti: che sono, poi, gli ostacoli economici, gli intrighi di Palazzo e il buon senso che, per una volta, la piazza - tradizionalmente umorale, puntualmente forcaiola - riesce a riesumare e ad utilizzare. Anche in questo caso, però, non c'è la notizia. Perchè la conferma di Allegri sulla panchina del Milan notizia non è. Il trainer livornese resta dov'è: come da accordi intercorsi in epoche più o meno remote. E, appunto, sottintesi tra le parole di un contratto. Che Berlusconi, il garnde inquisitore e, si dice, anche il grande sconfitto, deve deglutire con amarezza. Rinviando il discorso con Clarence Seedorf, successore già designato del coach che rimane. Delegittimato, Allegri, da incursioni verbali e manovre chiarissime: eppure, disposto - nonostante la certificata mancanza di feeling con la proprietà - a proseguire il viaggio con il club di via Turati. E a rinunciare alle proposte pressanti della Roma. E sì, perchè l'allenatore toscano fermo non sarebbe rimasto, comunque. Gratificato, oltre tutto, dalla robusta buona uscita che il Milan non ha saputo (o voluto) garantirgli. Perde Berlusconi, vince Allegri: dopo una prima analisi dei fatti, sembra davvero così. Non ci giureremmo, comunque: intanto, perchè il patron ottiene in cambio, come una nota ufficiale fa trasparentemente affiorare, una condivisione di vedute tra la panchina e la prima scrivania. Una specie di collaborazione complicata e, forse, anche pericolosa: diciamo pure così. Allegri, poi, dovrà necessariamente accontentarsi di quanto il mercato consentirà alla società: prendere o lasciare. E poi sa benissimo che, da qui in poi, niente gli sarà perdonato. Il quadro, adesso, è più nitido. Berlusconi perde qualcosa, Allegri non vince. Qualcosa, per dirla tutta, concede pure la dinastia del presidente: convinta com'era di liberarsi della presenza scomoda di Galliani, tutor máximo di Allegri. Passando la linea paterna, Barbara Berlusconi avrebbe oggettivamente obbligato l'amministratore delegato a sgonfiarsi. Ed è proprio il capolavoro tattico e diplomatico di Galliani a scolpire questa storia. E' proprio questo Richelieu dei giorni nostri a ritagliarsi un successo rumoroso e totale. Spartendosi i meriti con le curve del Meazza e la squadra, sponsor di seconda fascia dell'allenatore. Utili nella corsa all'obiettivo: ma assolutamente impotenti, anche abbastanza presto, se la stagione milanista dovesse partir male. O non troppo brillantemente. Perchè il consenso popolare è etereo e vago. E perchè una squadra non si cambia, così all'improvviso. Però un allenatore, prigioniero di un contratto e di qualche clausola non scritta (ma ampiamente pubblicizzata), sì.
mercoledì 30 gennaio 2013
Spesa ingente, ritorno sicuro
Basterebbe riesumare quella frase un po' pesante e sferzante, neanche troppo datata, sganciata più per deviare la pressione mediatica che per sbarrare la strada ad un acquisto importante, per affondare la lama. «Balotelli è una mela marcia», raccontò Berlusconi. Ma la retorica facile non ci attira e non ci garba. Troppo scontato, meglio di no. Eppure il bad boy che ha inquietato l'ambiente del Manchester City, dopo aver irrigidito l'altra parte di Milano, arriva al Milan, quasi ai titoli di coda della seconda sessione di mercato. Diventando il top player che Allegri avrebbe voluto: molto più di Kaká. E proiettando idealmente il club verso una dimensione più consueta: quella delle realtà che possono e vogliono spendere. E, quindi, competere. Operazione rischiosa, è vero: perché il ragazzo continua a indispettire, dentro e fuori dal campo. Perché la sua redenzione è rinviata, mese dopo mese, da ormai qualche anno. Perché un big, da solo, non basta a quadrare i conti, se il collettivo non decolla mai per davvero. E a recuperare lo spessore perduto. Ma, lo sappiamo, il pallone - oggi - è uno dei problemi dell'ex presidente del Consiglio, ma non il problema. Che, piuttosto, si chiama campagna elettorale. Alla quale, tuttavia, il calcio e il Milan possono portare giovamento, Cioè, pubblicità. Investire (venti milioni) significa, dicono i più informati, guadagnare quattrocentomila voti: nel bacino d'utenza rossonero, immaginiamo. Altro che programmi, battaglia sull'Imu e guerra dichiarata alla magistratura. Spesa ingente, ritorno sicuro: ragionassimo per logica, non ci crederemmo. Ma così è, se vi pare. Quanto basta per avanzare sospetti sulla nostra ingenuità. Quanto basta per depotenziare la già flebile considerazione verso questo Paese e la folla impersonale che lo abita. Quanto basta per capire quale sia, per i professionisti della politica, la considerazione nei confronti della tifoseria. E quindi della gente. Che, prima o poi, magari senza troppa convinzione o con poco piacere, vota.
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