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lunedì 3 giugno 2013

Gattuso, personalità e sana incoscienza

Gennaro Gattuso è un combattente abituato alla battaglia, votato alla sfida. E la sua nuova sfida si chiama panchina. Ci ha già provato al Sion, in Svizzera, ancora con la mansione ufficiale di leader sul campo, di giocatore di lotta e prestigio. Ma l'Italia è un'altra dimensione. E le panchine della penisola pretendono e scottano di più: malgrado l'esperienza al di là del confine sia maturata al fianco di un presidente volubile e scomodo. Partire dalla serie B è l'ideale: gavetta pregiata, distanze minime dal pallone che conta davvero. Certo, però, che Palermo, nell'universo della seconda serie, è un'altra cosa. Per il passato (quello recente, soprattutto) del club e per le esigenze di una piazza importante (la quinta realtà italiana, ricordiamolo), ancorchè delusa dagli ultimi eventi. E, innanzi ad ogni altro discorso, per la vorace inquietudine del suo patron Zamparini, il nemico numero uno di chi si siede sulla panca. Traduzione: ci vuole coraggio. Cioè: cominciare così, nella casa delle incognite, è una sfida dentro la sfida. Uno spreco supplementare di energie psichiche e nervose. Ma. in certe situazioni, serve anche personalità: che a Gattuso non manca. E un po' di sana incoscienza, anche. Quella che, forse, spinge un  allenatore che deve scalare il suo primo vero incarico di caudillo. E che, proprio per questa strana condizione, non possiede ancora nulla da perdere, sul piano dell'immagine. Una qualità che, di contro, sembra convincere anche Zamparini. Trovatosi, immaginiamo, di fronte ad un altro problema: convincere qualcun altro ad accettare la proposta. Perchè di tecnici lanciati verso una stagione di interrogativi se ne trovano sempre meno.

lunedì 29 aprile 2013

Il silenzio degli sconfitti

Tremenda è la lotta. Soprattutto in fondo alla strada, quando diventa fondamentale dribblare la sostanza della retrocessione, abbandonando la forma. E quando troppi nomi importanti concorrono per raggiungere il traguardo: Genoa e Palermo su tutti. E, da ieri, ufficialmente anche il Torino di mastro Ventura. Che, giropalla o no, possiede il materiale che conosciamo: abbastanza limitato, dal punto di vista squisitamente tecnico. E, forse, pure da quello caratteriale. E che, probabilmente, sconta un certo rilassamento dell'ambiente: credutosi salvo troppo in fretta. Il Torino, anzi, è la formazione più sofferente del lotto, oggi come oggi. E quella psicologicamente meno abituata alla situazione che sta vivendo. Se Genoa e Palermo appaiono, cioè,  fortemente motivate, il Toro è in sicura recessione: e questo, ad un certo punto della stagione, conta. Probabilmente, il pessimismo cosmico della gente granata ingigantisce la crudezza dellla realtà: incidendo pure. Mentre, magari, la situazione non è così irrimediabilmente compromessa. E alla fine, chissà, Bianchi e soci si salveranno agevolmente. Ma nulla ci vieta di pensare che il quadro clinico della squadra si sia fortemente appesantito. E che il Toro la retrocessione un po' se la cerca e un po' se la merita: se non altro, per quella strana mania di farsi scivolare tutto addosso. Come se niente lo riguardasse. Prendiamo il derby, quello di ritorno: che è, poi, soltanto un pretesto. E, al contempo, un film già visto. Che abbiamo già avuto occasione di commentare: ma ripetersi, certe volte, non guasta. Vince la Juve, come da copione. Come da pronostico. Perché, analizzando serenamente il divario di artiglieria, non c'è partita. Ma vince proprio in coda al match, gocando come dovrebbe giocare il Torino, casa storica del tremendismo. Potento contare, ovviamente, su qualche facilitazione: da una parte un certo tipo di fallo è punito severamente, dall'altra no. E in un'area è più facile scorgere la scorrettezza e nell'altra no: al di là del fatto che Jonathas, prima di essere atterrato, sia di qualche centrimetro in offside. O che il contrasto tra Glik e Chiellini possa essere recintato nel terreno della consuetudine. Nessuno, comunque, urla allo scandalo. Primo, perché - a fronte di episodi che navigano ai limiti della certezza - scandalo non c'è. Secondo, perché il Torino non fa notizia, mai: lasciando il palcoscenico agli altri. Che se lo prendono sempre, a prescindere: con la forza del torto o della ragione. Terzo, perché anche l'informazione nazionale ama glissare certi particolari, quando manca l'audience. Quarto, perché la società continua a tacere, dopo anni di rodaggio: e, dunque, acconsentendo. Lo stesso Glik, riflettendo sulla rete, si lascia scappare un tweet, che di questi tempi è operazione assai trend: «Non so che dire», scrive. Ecco, appunto: l'abitudine al silenzio genera altro silenzio. Quello degli innocenti. O dei brutti, sporchi e sconfitti.