Certe curve esagerano. Molte sono recidive. Nella
zona più franca che c’è, scranni del Parlamento a parte, si ripetono ingiurie,
inni beceri, minacce, apologie di reato e chissà che altro. La nuova ondata
repressiva del Palazzo colpisce qua e là: risvegliando le proprie coscienze,
prima ancora di quelle del nemico più o meno dichiarato. Ieri, pagava il popolo
più fedele alla Juventus: curva chiusa alla professione del tifo, come da sentenza
recente della giustizia sportiva. Ma un settore totalmente vuoto, in uno
stadio, non è uno spettacolo decente. Soprattutto, se l’impianto è nuovo e
polifunzionale: dunque, assolutamente a norma e perfettamente agibile. Il club,
allora, prova ad aggirare l’ostacolo. E, anche meritoriamente, propone di
dirottare su quegli spalti un oceano di bambini, con le proprie famiglie.
Chiamatela operazione-simpatia o come preferite: certe iniziative vogliono
rappresentare un messaggio, una speranza. E, poi, impreziosiscono la retorica che
soffia sempre forte negli studi delle televisioni generaliste o nei fondi di
qualsiasi colonna di giornale. Ben vengano, quindi. Nel mezzo di
Juventus-Udinese, però, quell’oceano di gioventù candida e gaudente si lascia
trasportare. E fuorviare. Sarà per il palcoscenico che lo ha accolto. Sarà per
le cattive abitudini che viaggiano per il web
e che, perciò, si autopubblicizzano, corrodendo la nostra quotidianità. Sarà
per il progressivo imbarbarimento dei costumi, che così velocemente spazza
questo paese. E sarà anche perché chi accompagna i giovanissimi festanti - gli
adulti, evidentemente - non pensa neppure per un secondo a limitare gli effetti
di un entusiasmo che va al di là del garbo (giusto: in Italia si può fare e
dire di tutto, perché intervenire e interferire sullo show che avanza?). Comunque, ad ogni rimessa dal fondo di Željko Brkić, il
portiere serbo della formazione friulana, corrisponde puntualmente un controcanto persino
spiritoso, ma ugualmente offensivo. Che, indubbiamente, finisce per ammaccare
le finalità di un’iniziativa incoraggiante. Lasciandoci pensare seriamente che
ogni goccia di speranza, in realtà, va guadagnata con lavoro duro e profondo:
sulla mentalità dell’italiano medio. E che tanti piccoli tifosi, nella
penisola, crescono. Male.
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lunedì 2 dicembre 2013
lunedì 7 ottobre 2013
Evacuo e l'intolleranza da derby
Frizioni,
rivalità e male parole. Cose da derby. Da partite speciali. Nella metropoli,
come in provincia. Eppure, ci sono partite più speciali di altre. In cui si
alza lo steccato dell’intolleranza. Benevento e Nocerina viaggiano divise da
profonde inimicizie: sugli spalti, ovviamente. E Felice Evacuo è l’artigliere
principale dei sanniti: uno che, in categoria (la terza serie) può scavare la
differenza. Uno che, anche, possiede mercato: e che, in più occasioni, si è
ritrovato a cambiare casacca. Pure nel corso dell’ultima estate: ritornando da
un’avventura di sette mesi consumata proprio a Nocera. Bene: Evacuo segna (ma
il direttore di gara annulla) e non esulta: ormai è consuetudine. Che
fatichiamo a condividere. E, sin qui, tutto bene: anche se, in curva, qualcuno
potrebbe persino non aver gradito, chissà. Il Benevento, però, si impone
ugualmente, alla fine. Ma, proprio alla fine del derby, accade quello che non
dovrebbe accadere: l’attaccante, con tutta la squadra, saluta il proprio
pubblico e, prima di rientrare negli spogliatoi, si permette di omaggiare con
un applauso anche la sua ex tifoseria che lo chiama. Tutto normale. Anzi, no.
La reazione della torcida beneventana è veemente ed esagerata. E si riassume
nell’inopportuno comunicato diffuso immediatamente dopo: «Il signor Felice Evacuo entro stasera deve effettuare
la rescissione del contratto e contestualmente è pregato di lasciare la città.
L'eventualità che Evacuo possa presentarsi alla prossima seduta di allenamento
sarà considerato un affronto alla Curva Sud». Tutto vero, avete letto bene. Cose che accadono,
quando il tifo organizzato si arroga il diritto di determinare i destini di
chiunque e, in fondo, del calcio stesso. Più calibrata, piuttosto, è la
risposta di Oreste Vigorito, presidente del club: «Certi gesti andrebbero presi per quello
che sono: sportività». Sì, sportività. Quella condizione strana che l’italiano
medio, tante volte, ignora e rifugge. Che le curve, ancora troppo spesso,
denigrano e combattono. Che il calcio, giorno dopo giorno, disconosce e
annulla. Lasciandoci un senso di tristezza infinita. E facendoci capire quanto
il pallone assomigli, sempre di più, alla nostra quotidianità. Dove la normalità
è un universo distante, desueto, impraticabile. E l’anormalità è regola.
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