Permetteteci di ritornare su Zeman. Che si apprezza per quello che è, per quello che dice e per come lo dice. Oppure non si tessera proprio: bypassando complicazioni eventuali e future. La storia del boemo è lunga. E pure densa di avvenimenti. Solitamente rumorosi. Il suo calcio è, molto spesso, il più apprezzato. Ma anche il più avversato: e ognuno è libero di sposarne i dogmi o di delegittimarlo. Comunque, chi lo ingaggia, in estate, è perfettamente consapevole delle caratteristiche del suo modo di intendere il pallone e delle abitudini del personaggio. Non è tecnico da partenze spinte: anche perchè non è facile deglutirne gli schemi e le modalità di allenamento. Soprattutto se il materiale che i club volutamente e puntualmente gli consegnano va opportunamente valutato, modellato e formato. In cambio dei risultati, chiede tempo. E, se una società è affamata di certezze, è preferibile che si rivolga ad altri: investendo, magari, su uomini già pronti per vincere. Non è, oltre tutto, uomo di facile gestione: e certi attriti vanno messi in conto. Ovvio: la Roma, nello specifico, possiede una propria storia, si nutre di ambizioni che non può ignorare e, soprattutto, è quotata in borsa. Senza contare che anche le migliori intenzioni possono franare sulla crudezza di determinate parole: che Zeman, nel rispetto di se stesso, non ha evitato neppure nella capitale. Ma ci pare di capire che il problema non nasca essenzialmente dalla complicazione di un rapporto tra l'allenatore e la società. Se è vero, come è vero, che il destino del boemo si compierà alla fine di questa settimana. E che dipenderà dal prossimo risultato. Quel risultato che, in fondo, è l'unico vero strumento di giudizio, per chi siede in panchina. Del resto, vale per chiunque: non ci meravigliamo. Eppure, l'eventuale defenestramento di Zeman non ci convincerebbe ugualmente. Innanzi tutto perché la lievitazione di un gruppo fondamentalmente giovane e che punta a solidificarsi gradualmente (erano queste le condizioni o le previsioni) passa attraverso molti momenti di alta e pure di bassa pressione. La classifica, giusto, non è ancora brillantissima e mancano punti: ma ci sembra che le priorità, agli albori della stagione, fossero altre. Una per tutte: il lavoro di prospettiva. Senza contare che, tra un'ingenuità e una cointroindicazione, qualcosa stia lentamente affiorando. Come conferma il rendimento medio di certi elementi su cui puntare in futuro. Cacciare ora Zeman sarebbe sostanzialmente ingiusto. E sarebbe inopportuno liquidarlo anche prima del prossimo campionato: due anni è l'arco di tempo minimo, per un certo tipo di operazione tecnica. Concordata dietro le scrivanie, è meglio ricordarlo. Sollevarlo dall'incarico, infine, per la Roma significherebbe aver tradito un progetto in cui la dirigenza sembrava crederci davvero. E aver disperso un anno di lavoro. Anzi, due.
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martedì 29 gennaio 2013
lunedì 8 ottobre 2012
Baldini e la stampa
Quella Roma che non carbura fa arrabbiare la tifoseria, inorgoglisce gli avversari storici di mastro Zeman e, magari, non perturba affatto il boemo, protetto dal castello invincibile delle sue idee. Sembra addirittura che, tra la fase difensiva applicata male e gli incidenti di percorso che tutti sembrano aver collocato nel preventivo e di cui, però, nessuno si ricorda quando è il momento giusto, alberghino pure i primi attriti interpersonali. O, magari, semplicemente i primi disguidi di natura tattica. Tra il tecnico più integralista del pallone di casa nostra e la figura più rappresentativa, dopo Totti, della squadra. Oppure tra lo stesso coach e Osvaldo, artigliere in difficoltà. Due nazionali, peraltro: non gente qualunque. Voci, insinuazioni: tradotte sulla carta di tutti i quotidiani o svelate tranquillamente nei salotti televisivi nazionali da chi fa il proprio lavoro. Gente che non sta al suo posto, i giornalisti: il direttore generale Baldini, nella settimana che segue la difatta di Torino e precede la sfida con l'Atalanta (vinta), se ne lamenta. Solo che poi, nell'anticipo domenicale che accoglie il ritorno al successo della Roma, sia Osvaldo che De Rossi partono dalla panchina. Sorridendo, certo: ma pur sempre dalla panchina. Rafforzando la tempra di Zeman, che evidentemente non si lascia intimidire dai nomi e dai cognomi. E avvalorando le tesi infrasettimanali della stampa visionaria. Che, spesso, indovina il cuore il problema.
domenica 23 settembre 2012
Abituati, rassegnati e soddisfatti
Il Cagliari si fa lo stadio nuovo, tutto suo, ma i lavori vanno completati e la struttura, così com'è, non garantisce l'incolumità pubblica e, dunque, il regolare svolgimento del match (nello specifico, quello con la Roma). A porte aperte, almeno. Senza pubblico, invece, si può. Ma Massimo Cellino, presidente un po' particolare, pensa di eludere il provvedimento invitando i cagliaritani a recarsi ugualmente a Quartu, nella nuova casa del club. La questione diventa un caso: di ordine pubblico. E la prefettura non può esimersi da quello che fa: proibire la partita. Cioè, rinviarla. Sempre che la Lega ratifichi il provvedimento (ma sarà davvero così?). Un provvidemento che, di per sè, sarebbe già un compromesso all'italiana: se una gara salta a causa della responsabilità diretta di una società, non si rinvia. Ma si applica il regolamento: zero a tre a tavolino. Punto. In un Paese normale, ovvio. La Roma, ovviamente, non ci sta. E chiede la vittoria burocratica: legittimamente. Intanto, Zeman e il direttore generale Baldini ammettono: il momento più difficile è stato spiegare cos'è successo agli stranieri della propria squadra, soprattutto a quelli appena arrivati. E sì: perchè gli italiani, in certe situazioni, sono perfettamente calati, anche dal punto di vista psicologico. Ecco, diciamo così, abituati. O rassegnati. E' questa la cosa più triste.
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