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lunedì 13 gennaio 2014

La poltrona di cartone del vicereame



Galliani, Barbara Berlusconi: due poltrone per un solo vicereame, quello del Milan.  E due personalità unite da un fragile ed inconfessabile segreto: per l’effetto del quale l’anziano plenipotenziario, quanto prima, toglierà il disturbo. Al di là delle dichiarazioni di comodo. Perché in certi ambienti è così: tutto va bene, sino a nuovo ordine. E, dietro, l’ombra incombente del padrone Silvio. Che ha già deciso di rinnovare: proprio tutto. E, contemporaneamente, di salvaguardare l’armonia di famiglia: e ci mancherebbe, del resto. Quel padrone che, da tempo, non ama Allegri. E che, nel tempo, più volte ha provato a defenestrare. Senza riuscirci. Incocciando proprio nella dura corteccia di Galliani. Questa volta, però, è davvero finita. E non solo per il tecnico, travolto da un ragazzo che si chiama Domenico Berardi e che arriva da Cariati. Travolto dal Sassuolo. E travolto, innanzi tutto, dal suo stesso destino, già tracciato e persino pubblicizzato con anticipo larghissimo: sei mesi. E’ davvero finita, nel frattempo, anche per il Richelieu più longevo d’Italia. Al quale era stata recentemente affidata la titolarità dell’area tecnica. Costata anche abbastanza: cioè, la cessione dell’area amministrativa e organizzativa. Barbara, però, scalpitava e scalpita ancora. Consapevole di possedere spalle larghe e, soprattutto, coperte. Sufficienti, alla prima occasione utile, per intervenire duramente. La figura magra di Sassuolo è inaccettabile, detta. E, immediatamente dopo, cala il sipario. Due poltrone sono troppe, in un vicereame. Solo una regge. L’altra è puro cartone. E le bugie, nel calcio prima che altrove, affiorano presto.

sabato 30 novembre 2013

La giovane rampante e l'antico Richieleu


Lei è giovane, bella, rampante, aggressiva. Erede designata di un impero calcisticamente robusto. Si chiama Barbara. E, di cognome, fa Berlusconi: un marchio di fabbrica. Lui è l’antico Richieleu del pallone italiano, uomo di lotta e di governo, di rustica passione e sottile managerialità. Si chiama Adriano Galliani, plenipotenziario del club più titolato, in Europa. Più del Real, come confermano le statistiche ufficiali. Immagine e sostanza della società: tra storia e futuro. Lei spinge, sgomita, si arrampica, guadagna spazio, accusa e sentenzia. Certe logiche sono sorpassate. Determinate amicizie non convincono. Alcune strategie vanno aggiornate. E così via. Lui, galantuomo vecchia specie (certifica persino José Mourinho, avversario epocale), incassa, assorbe, deglutisce. E assiste con aplomb: prima di decidere. Prima di pubblicizzare il prossimo (e apparentemente scontato) disimpegno. Con una dichiarazione rilanciata immediatamente da ogni agenzia di stampa, da qualsiasi sito web, da tutta la stampa nazionale e internazionale. Salvaguardando, magari, la serena quotidianità del Milan e della squadra: che, a breve, si giocherà la qualificazione alla seconda fase di Champion’s. In attesa di un risveglio, seppur graduale, in campionato. La guerra è generazionale: il nuovo che avanza, il vecchio che resiste. Ma non solo: è anche una battaglia più terrena, che si evolve tra mancate empatie, negli spazi ristretti che non ammettono più di un unico sovrano. Lei delegittima il governatore di quasi trent’anni di calcio. Lui capisce che è il momento di lasciare. Con classe, va riconosciuto. Con garbo. Senza strattonare. Ma il padrone del battello, tra i mari burrascosi della sua vita politica e privata, non può cancellare la storia, come se niente stesse accadendo. Silvio Berlusconi rompe il silenzio e, proprio al novantesimo, come quasi sempre succede, interviene. Solidificando, se mai ce ne fosse bisogno, le referenze del suo amministratore delegato, amico di sempre e compagno di avventura consumato. E’ tutto a posto, nel Milan non esistono correnti, non c’è spazio per la discordia. Tutto a posto, Galliani ha scherzato. Non ci saranno dimissioni: né dopo il match di Coppa con l’Ajax, né mai. Il Richelieu di casa nostra rimane. E governerà ancora a lungo. Con Barbara, Silvio troverà una soluzione. L’immagine è salva. E pure la sostanza. Anche se Galliani, in fondo, aveva capito il problema, accettato la realtà: il rinnovamento, molte volte, è necessario. Purché suffragato dalla forma: tradita nei fatti. Quella forma a cui non rinuncia, piuttosto, il padrone del Milan. Senza badare troppo, magari, all’essenza del problema. Che resta. Barbara da una parte, Adriano dall’altra. E, in mezzo, una frattura profonda.

martedì 4 giugno 2013

Milan, chi vince e chi perde

Tante, troppe settimane per incrociare il punto di partenza. Tanti, troppi giorni per genuflettersi di fronte alla realtà di un contratto. Che, talvolta, anche in Italia occorre rispettare. Tante, troppe pagine di giornali, minuti di televisione pubblica e privata e conversazioni sprecati: per poi abituarsi, tutti, ad una decisione datata nel tempo. Minacciata, sì, ma anche meravigliosamente inattaccabile dai fatti: che sono, poi, gli ostacoli economici, gli intrighi di Palazzo e il buon senso che, per una volta, la piazza - tradizionalmente umorale, puntualmente forcaiola - riesce a riesumare e ad utilizzare. Anche in questo caso, però, non c'è la notizia. Perchè la conferma di Allegri sulla panchina del Milan notizia non è. Il trainer livornese resta dov'è: come da accordi intercorsi in epoche più o meno remote. E, appunto, sottintesi tra le parole di un contratto. Che Berlusconi, il garnde inquisitore e, si dice, anche il grande sconfitto, deve deglutire con amarezza. Rinviando il discorso con Clarence Seedorf, successore già designato del coach che rimane. Delegittimato, Allegri, da incursioni verbali e manovre chiarissime: eppure, disposto - nonostante la certificata mancanza di feeling con la proprietà - a proseguire il viaggio con il club di via Turati. E a rinunciare alle proposte pressanti della Roma. E sì, perchè l'allenatore toscano fermo non sarebbe rimasto, comunque. Gratificato, oltre tutto, dalla robusta buona uscita che il Milan non ha saputo (o voluto) garantirgli. Perde Berlusconi, vince Allegri: dopo una prima analisi dei fatti, sembra davvero così. Non ci giureremmo, comunque: intanto, perchè il patron ottiene in cambio, come una nota ufficiale fa trasparentemente affiorare, una condivisione di vedute tra la panchina e la prima scrivania. Una specie di collaborazione complicata e, forse, anche pericolosa: diciamo pure così. Allegri, poi, dovrà necessariamente accontentarsi di quanto il mercato consentirà alla società: prendere o lasciare. E poi sa benissimo che, da qui in poi, niente gli sarà perdonato. Il quadro, adesso, è più nitido. Berlusconi perde qualcosa, Allegri non vince. Qualcosa, per dirla tutta, concede pure la dinastia del presidente: convinta com'era di liberarsi della presenza scomoda di Galliani, tutor máximo di Allegri. Passando la linea paterna, Barbara Berlusconi avrebbe oggettivamente obbligato l'amministratore delegato a sgonfiarsi. Ed è proprio il capolavoro tattico e diplomatico di Galliani a scolpire questa storia. E' proprio questo Richelieu dei giorni nostri a ritagliarsi un successo rumoroso e totale. Spartendosi i meriti con le curve del Meazza e la squadra, sponsor di seconda fascia dell'allenatore. Utili nella corsa all'obiettivo: ma assolutamente impotenti, anche abbastanza presto, se la stagione milanista dovesse partir male. O non troppo brillantemente. Perchè il consenso popolare è etereo e vago. E perchè una squadra non si cambia, così all'improvviso. Però un allenatore, prigioniero di un contratto e di qualche clausola non scritta (ma ampiamente pubblicizzata), sì.

mercoledì 31 ottobre 2012

Allegri, un uomo solo

Adriano Galliani, come chi è abituato a vincere, non sopporta serenamente l'ordinaria diffficoltà, o l'ineluttabilità degli eventi. Il Milan che zoppica gli fa male, troppo male. E la rabbia monta: anche se l'austerità è un obbligo partito dall'alto. I cui spettri erano e restano nel bagaglio dei preventivi. Certo, la gente di Allegri è meno tonica del previsto. E neppure il più pessimista avrebbe previsto quello che sottolinea la realtà. Già, Allegri. Uno che, in via Turati, non gode più del vento di simpatia che lo raccolse prima dal Cagliari e poi lo accompagnò sino al titolo tricolore. E che, proprio per questo, giorno dopo giorno, perde appeal e, soprattutto, credibilità. Agli occhi della squadra che dirige, prima ancora che a quelli della tifoseria e dell'opinione pubblica. Le stoccate maligne di Gattuso, certi sottintesi di Nesta e il litigio con Inzaghi, poi, non lo hanno assistito. Indebolendone la panchina e lascinadolo più solo. Ecco, Allegri è un uomo solo. E, forse, neanche più al comando della barca. Galliani l'ha affrontato duramente, negli spogliatoi di Palermo: parole dello stesso amministratore delegato. E, se abbiamo capito bene, tra il primo e il secondo tempo gli ha intimato (o ordinato) tre avvicendamenti. Che, dicono le cronache, potrebbero aver favorito il pareggio di un match ormai quasi perso. Se così è andata, è un fatto grave. Non tanto per le modalità con cui si è sviluppata la questione (Allegri, del resto, è adulto e vaccinato: e, se ha ratificato le sostituzioni di Galliani, avrà constatato la convenienza dell'operazione, oppure definitivamente realizzato l'attuale spessore della propria opinione al di dentro del club e dell'organico). Ma, soprattutto, per la pubblicizzazione dell'evento. Che sarebbe dovuto rimanere dov'è nato: tra le docce e la lavagna. Ma, conoscendo Galliani, sempre abbastanza attento alle pieghe mediatiche e ai risvolti della comunicazione (il marchio è di fabbrica), sembra tutto costruito a tavolino. In due parole, la rivelazione del dissenso e dei correttivi pretesi ed ottenuti, appare voluta. Non sappiamo a quale scopo. O, forse, sì: per esempio, quello di spingere il tecnico alle dimissioni. Dubitiamo, però, che avvenga. Qui da noi non si dimette nessuno: anche per molto peggio. Dentro e fuori il pallone. E, allora, a Galliani non rimarrà che una mossa: cacciare Allegri. Perchè di un allenatore sventrato dei suoi poteri e delle sua potestà sulle questioni tecniche il Milan non saprebbe che farsene.