Blatter spinge, l'International Board si adegua, la norma cambia. Il potere del presidente, monarca assoluto del pallone che ancora riesce a sopravvivere a se stesso, si estende. E si riduce quello dell'unico organo calcistico autenticamente indipendente, almeno sino a pochi anni fa. Da questa stagione, la regola del fuorigioco, concetto di mille battaglie verbali, si completa e si complica. L'offside, del resto, è quel buco nero che inghiotte tutto e tutti: anche la storia e la tradizione. Il pallone si evolve: succede, quando conviene a chi può. E qualunque cosa è possibile, nel nome del progresso. E del business. La new economy del calcio vuole un gioco più facile: che, proprio per questo, diventa sempre più difficile. Un gioco che, oggi più di ieri, sappia ingolosire chi muove i fili. E, dunque, chi ne trae profitti. La norma, in sostanza, si piega alle logiche della convenienza e si abbruttisce. Orami è deciso: dalla stagione agonistica appena partita, quando un giocatore si dirige verso la palla, andrà considerata anche la distanza e la possibile interferenza dell'attaccante nei confronti del difensore. Materia buona per alzare il quoziente di discrezionalità del direttore di gara: esattamente quello di cui faremmo volentieri a meno. Dunque, per ingigantire il peso dele polemiche, delle accuse e degli abusi. E per alimentare il livello di acidità dei nostri campionati, ovviamente. L'equazione è semplice: meno vincoli regolamentari, più occasioni da gol, più spettacolo. Sarà. Persino Nicchi sembra aver bocciato l'idea. Alla quale, lui per primo, dovrà adeguarsi. L'allenatore degli arbitri italiani prevede nuovi bordellacci infami: e fa bene a temerli. Tornare indietro, però, non si può: è già tutto deciso. Seguendo un disegno chiaro: difettando la certezza della pena (o, in questo caso, del regolamento), amministrare il sottobosco e dirigere il traffico in bilico tra il lecito e l'illecito è più facile. Nel pallone come nella quotidianità di tutti noi. E chi ci governa lo sa bene.
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venerdì 2 agosto 2013
mercoledì 28 novembre 2012
Il confine sottile tra etica e regolamento
Prendetela come una provocazione. E, magari, lo è. Oppure, come una tesi ardita. Oppure, ancora, come un semplice argomento sdoganato per discuterne. Perchè qualcosa non ci quadra: nella forma. Malgrado, sulla sostanza, ci sia poco - molto poco - da eccepire. Dunque: il fair play è indice di civiltà. Anche, soprattutto nel pallone. E i suoi principi vanno rispettati. Non l'ha fatto, ad esempio, Luíz Adriano, un brasiliano di Porto Alegre che ha trovato ingaggio in Ucraina, allo Shaktar di Donetsk, formazione attualmente quotatissima in Champion's League. Nell'ultimo match, di fronte ai danesi del Nordsjaellend, ha segnato: sfruttando, però, un pallone appena restituito dalla sua squadra all'avversario. E, indubbiamente, anche la propria velocità d'esecuzione, nettamente superiore a quella degli scandinavi, certi di non dover temere nulla. Una palla a due comandata dal direttore di gara per riavviare il gioco dopo un infortunio non può e non deve trasformarsi in un vantaggio per chi ha il dovere di disobbligarsi: punto. Non lo scrive il regolamento, ma la prassi è antica e consolidata. Il gaúcho, invece, ha finto di dimenticarsene: collezionando una cattiva figura, i fischi e gli insulti della gente sugli spalti, una decina di cazziatoni e il pubblico ludibrio. Obbligando, oltre tutto, lo Shaktar a rimediare sul campo, immediatamente (i danesi sono facilmente tornati in vantaggio, siglando pochi minuti dopo la rete del due a uno). E, sin qui, ci siamo. Abbiamo dei dubbi, piuttosto, su quello che accadrà più avanti. Perchè l'incrimazione formale della Fifa, cioè il governo principe del pallone, sfocia nella squalifica di un turno al giocatore. Domanda: ma tutto questo, al di là dei valori traditi, è legittimo? Ovvero: è legittimo che un giocatore venga punito per un comportamento profondamente antipatico, censurabilissimo, ma nel pieno rispetto del regolamento calcistico? Perchè, ricordiamolo pure, una palla scodellata tra due avversari, norma alla mano, è libera di essere conquistata da chiunque. Per chiarire: moralmente parlando, la sanzione è meritata. Anzi, può persino apparire debole. Ma il calcio giocato non prevede una norma non scritta: e la Fifa, prima di tutti, ha l'obbligo di tutelare il regolamento del campo. Sappiamo benissimo che Luíz Adriano ha sbroccato e deve pagare: ma, quanto meno, questo è un dettaglio che andrebbe quanto meno dibattuto più profondamente di quanto sia stato fatto e, magari, chiarito. Una volta per tutte. Peccato, però, che nessuno si sia posto il quesito. O che si sia interrogato.
martedì 30 ottobre 2012
Dalla moviola ai fiordi
La tecnologia bussa. Anche sui campi di gioco più celebrati. Che, alla fine, sono i più caldi, i più complicati. Bollenti di polemiche aspre e sospetti male occultati. Quelli della serie A di casa nostra, per esempio: ma solo quelli. Perchè, ormai, a queste latitudini la seconda, la terza o la quarta serie fanno solo numero e contano poco. Oppure, perchè i rimedi presuppongono un costo. Che non tutti possono accollarsi. I pasionari della moviola a bordo campo, però, riconquistano metri. Anzi, chilometri. E tornano a ruggire. Dopo essere stati stoppati, ma solo per un po', dalla nuova tendenza della televisione generalista: quella di arginare gli attriti e di calmare le folle. Fortificando, nel contempo, gli interessi dei più potenti. Cioè, dei più agevolati. Che è poi il concetto di fondo che regola la quotidianità di questo Paese. Sottrarre all'analisi l'approfondimento delle immagini del crimine, del resto, ha funzionato un anno o poco più. Ma, del resto, alla sportellate dei cattivi arbitraggi è arduo resistere. La tecnologia, allora, spinge. Anche se Blatter, Platini e il potentato tutto si opporrà strenuamente, fieramente: lo sappiamo già. Mentre altrove (in Norvegia, dove sono sempre più avanti) si pensa persino di rivedere il regolamento di base. La proposta della federcalcio locale, rilanciata dall'Ansa, è addirittura originale. Per non dire ingenua. In occasione di gare non proprio equilibrate, è questa l'idea di fondo, magari quando il divario stabilito sull'erba consiste in almeno quattro gol, la formazione che sta perdendo può opportunamente rafforzarsi: con un dodicesimo giocatore. Perchè, fanno sapere dalla Scandinavia, non è divertente imporsi (o perdere) diciassette a zero. Vero. Come è vero pure che, in determinati casi, sarebbe meglio cambiare mestiere o occupazione. E provare a fare altro. Il pallone è un divertimento, una passione, una professione. Non un obbligo.
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