Blatter spinge, l'International Board si adegua, la norma cambia. Il potere del presidente, monarca assoluto del pallone che ancora riesce a sopravvivere a se stesso, si estende. E si riduce quello dell'unico organo calcistico autenticamente indipendente, almeno sino a pochi anni fa. Da questa stagione, la regola del fuorigioco, concetto di mille battaglie verbali, si completa e si complica. L'offside, del resto, è quel buco nero che inghiotte tutto e tutti: anche la storia e la tradizione. Il pallone si evolve: succede, quando conviene a chi può. E qualunque cosa è possibile, nel nome del progresso. E del business. La new economy del calcio vuole un gioco più facile: che, proprio per questo, diventa sempre più difficile. Un gioco che, oggi più di ieri, sappia ingolosire chi muove i fili. E, dunque, chi ne trae profitti. La norma, in sostanza, si piega alle logiche della convenienza e si abbruttisce. Orami è deciso: dalla stagione agonistica appena partita, quando un giocatore si dirige verso la palla, andrà considerata anche la distanza e la possibile interferenza dell'attaccante nei confronti del difensore. Materia buona per alzare il quoziente di discrezionalità del direttore di gara: esattamente quello di cui faremmo volentieri a meno. Dunque, per ingigantire il peso dele polemiche, delle accuse e degli abusi. E per alimentare il livello di acidità dei nostri campionati, ovviamente. L'equazione è semplice: meno vincoli regolamentari, più occasioni da gol, più spettacolo. Sarà. Persino Nicchi sembra aver bocciato l'idea. Alla quale, lui per primo, dovrà adeguarsi. L'allenatore degli arbitri italiani prevede nuovi bordellacci infami: e fa bene a temerli. Tornare indietro, però, non si può: è già tutto deciso. Seguendo un disegno chiaro: difettando la certezza della pena (o, in questo caso, del regolamento), amministrare il sottobosco e dirigere il traffico in bilico tra il lecito e l'illecito è più facile. Nel pallone come nella quotidianità di tutti noi. E chi ci governa lo sa bene.
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venerdì 2 agosto 2013
martedì 19 marzo 2013
Nicchi e la brutta storia di Pescara
C'è una squadra che sta affogando, il Pescara. Che, ormai, perde troppo spesso e che teme fortemente la B. Trascinandosi tensioni e malesseri, di ordinaria quotidianità. Arriva il momento di incontrare il Chievo, in casa, e nell'ennesima gara delicata della stagione si abbatte un'azione di gioco controversa. E, poco dopo, se ne aggiunge un'altra. Le decisioni dell'arbitro, che si chiama Mazzoleni e viene da Bergamo, sono contrarie: in entrambe le situazioni. A match tramontato, infine, si arrampica l'esigenza (lecita) di sapere, di capire. Di contestare, magari. E di chiedere (o pretendere) spiegazioni: quasi fossero un risarcimento morale. Di rimando, ci sarebbe anche una risposta. Che non piace. E che rinfaccerebbe certe parole spese in settimana dai tesserati del club, particolarmente ruvidi verso l'universo arbitrale. Brutta storia: ancorchè tutta da verificare. Brutta perché, se non altro, presuppone sanzioni severe. Per il direttore di gara, che dovrebbe attenersi ai fatti del campo e, nello specifico, di quella partita, senza soffermarsi su questioni differenti. Oppure per Daniele Sebastiani, presidente della società abruzzese, che davanti ai microfoni e all'Italia intera avrebbe raccontato una bugia. Intanto, in attesa delle valutazioni della procura federale, ormai investita ufficialmente della responsabilità di risolvere la querelle, interviene Nicchi, il capo degli arbitri nazionali: «Ognuno risponde di quel che dice, la verità verrà fuori». Lo speriamo. Anche se, anche nel pallone di casa nostra, ci fidiamo sempre di meno. E poi: «Gli arbitri non devono essere oggetto di aggressioni e contestazioni sotto i tunnel o negli spogliatoi. Nessuno è autorizzato a contestare fuori dai luoghi preposti». Può darsi. Anzi, è sicuramente così. Ma il concetto di fondo non cambia. O meglio: non si stempera la gravità dell'accusa. E quella dell'ipotizzata risposta. Che, se c'è stata, è una pessima risposta. Buona soltanto a seminare nuove macchie. E nuovi dubbi: sul calcio e su chi lo governa. Dentro il rettangolo di gioco, in questo caso. Ci ha pensato, Nicchi?
domenica 27 gennaio 2013
Il calcio delle ambiguità
Al di là delle rivalità e delle fede di ciascuno: la Juve che si lamenta di una conduzione arbitrale (quella della squadra diretta dal torrese Guida, nello specifico) è una piega del gioco. E, teoricamente, ci sta: i soprusi infastiscono tutti, anche i più e meglio protetti. Anche perché, nel circo del pallone di questo Paese, ogni sollevazione ufficiale è una sorta di foglio di garanzia. E aiuta a calamitarsi addosso futuri favori: chi dice il contrario mente. Sapendo di mentire. Ingiusto, sì: ma normale. Che la Juve, poi, si infuri come è accaduto ieri, immediatamente dopo il novantesimo del match in cui il Genoa le ha strappato un punto sull'erba di casa, questo fa un certo effetto. Sinceramente. Non osiamo immaginare, peraltro, cosa dovrebbero pensare gli avversari diretti (il Napoli ingiustamente punito in Supercoppa, oppure la stessa Inter, così come il Milan, che ancora fatica a digerire il caso-Muntari) e, soprattutto, i club politicamente più deboli, vessati da decenni interi. Ma si vive dei fatti del presente e il passato è un capitolo chiuso: vero. E anche a Torino avranno pure il diritto di ribellarsi, prima o poi. Non regge, però, l'idea (bianconera) di rinfacciare al mondo le frasi spese dagli antogonisti, in tempi diversi e a situazioni invertite. Perchè le stesse parole (di circostanza e di convenienza) nascono ovunque: anche e soprattutto in riva al Po. Basterebbe ricordarsene, quando serve. Su una cosa, però, il direttore generale della Juventus, Marotta, non sbaglia: per un match del genere, la designazione di Guida, un arbitro che arriva da Torre Annunziata, praticamente alle porte di Napoli, cioè la città che spinge la concorrente più pericolosa, è infelice. E, aggiungiamo noi, inopportuna. Perché il sospetto non aiuta a migliorarci. Perché esistono delle logiche, che il settore arbitrale finge di dimenticare. Perché il nostro calcio non è ancora maturo per abituarsi a se stesso. Perché il pallone, in Italia, non ha bisogno di altre iniezioni di diffidenza. Nè di equivoci e di ambiguità: non ce lo possiamo permettere.
martedì 20 novembre 2012
L'orgoglio ferito che cancella il rigore
Ci sono direttori di gara che non deviano in corsa. Ed altri più disposti a rimettere in gioco se stessi, se serve: talvolta succede. Anche se in campo l'ammissione di colpa, per tanti, è ancora una macchia, una iattura. Molte volte, è questione anche di buon senso: chi ce l'ha, se lo tiene. E, chi non ce l'ha, non può acquistarlo. In altre circostanze, la cooperazione soccorre: e ci mancherebbe, dal momento che gli assistenti si moltiplicano, anno dopo anno. Almeno nel calcio dei più ricchi. Altre volte, la sinergia naufraga nel personalismo: ed è il momento peggiore. Comunque vada, però, sarà un insuccesso: perchè un'ammonizione, un penalty, un cartellino rosso o un semplice calcio di punizione accontenta uno e scontenta l'avversario. Ogni match, poi, possiede una sua storia. E, dentro ogni storia, ci sono atteggiamenti e approcci diversi. La storia di Matera-Battipagliese (serie D, girone H, uno a zero) è inedita, a queste latitudini. Se la memoria non ci inganna, è chiaro. O, meglio, è inedita la storia di un episodio che marchia la partita. Scorre il minuto ventitre, è il primo tempo. Il lucano Ciano interviene sul campano Trimarco: per il leccese Calogiuri è fallo da rigore. Dubbio, per chi rivede il filmato dell'azione. E anche per la maggior parte di chi è allo stadio. L'attaccante battipagliese, tuttavia, si lascia (ingenuamente?) scappare un commento che tradisce la sua simulazione. Un assistente di linea capta e, immediatamente, riferisce. Risultato: soluzione dagli undici metri commutata in fallo contro. E, ovviamente, anche sanzione personale per Trimarco. Giustizia ristabilita, nella sostanza: senza ricorrere ad una moviola che non c'è e che non è ammessa. E senza il minimo sospetto di doversi pentire. Pochi secondi per ricredersi: ma quanto basta per guadagnarsi l'elogio. Non tutti, dicevamo, sanno cambiare in corsa. Anche se, nel caso specifico, una malignità ci spinge a sorridere: ma non vi diciamo quale. Pensiero finale: magari, la tecnologia in campo non sfonda, dilatando il valore delle disattenzioni di chi deve giudicare. Ma, almeno, l'orgoglio ferito aiuta gli arbitri a rivedere le cattive decisioni. E a sconfessare i provvedimenti che, altrimenti, sarebbero tranquillamente destinati a sporcare e spaccare la partita.
lunedì 19 novembre 2012
Il campionato delle storie già viste
La fede calcistica e il gioco delle barricate non c'entrano. Quelle, magari, sono la cornice. Il problema, invece, è concettuale. Ed è un problema, dicevamo recentemente, di credibilità, innanzi tutto. Che qualsiasi ragionamento, anche il più logico ed equilibrato, non può minimizzare. Che la realtà del pallone (la velocità d'esecuzione di qualsiasi giocata, la fallibilità del giudizio umano, l'ostracismo alla tecnologia) non può cancellare. Che il buon senso (chiunque agisce credendo di operare al meglio: questo è un postulato, altrimenti i giochi si chiudono e non se ne parla più) non riesce a devitalizzare. E che neppure gli interventi stizziti ed istituzionali di Nicchi o di Braschi, ma anche di chi li ha preceduti o li surrogherà, hanno potuto, possono e potranno spazzare. Gli errori (piccoli, minimi, grandi o esagerati) si rincorrono e la classifica della serie A continua a risentirne. Come ieri, come l'altro ieri. E, di conseguenza, si rincorrono pure le polemiche. Solo che, adesso, le incertezze della categoria arbitrale tornano a premiare sempre gli stessi. Sembra di vedere un film già visto. E a metà della gente d'Italia questo non piace. L'ultimo caso sconvolge il finale di Inter-Cagliari, esattamente sette giorni dopo certi dubbi (fondati) sorti durante Atalanta-Inter e non troppo tempo dopo i fatti di Juve-Inter: l'intervento in area su Ranocchia, ad una manciata di secondi dalla fine del match, è chiaramente falloso, ma Giacomelli non vede. Non vedono, sembra, neppure gli assistenti e neanche il quarto, il quinto e il sesto uomo. Occorre andare dagli altri per ottenere la conferma: ma chi siede in gradinata o in tribuna, si sa, non decide niente. La questione, a questo punto, comincia ad indispettire qualcuno: ed è normale che sia così. Perchè la lotta per il titolo, ormai, è fortemente segnata da determinati episodi: comunque vada a finire. Un'altra volta. Detto fuori dai denti, confermiamo tutto: non crediamo a certi giochi sotterranei. Ma il punto è un altro: ci crede davvero anche il tifoso comune, che poi è l'unico e vero cliente del calcio, cioè quello che va allo stadio, che si abbona alla pay tv, che legge i quotidiani e segue le trasmissioni sponsorizzate dalla domenica al sabato successivo? Onestamente, ne dubitiamo. Ecco perchè non è un problema di fede, ma di credibilità. Che, alla fine, sorregge un progetto, la quotidianità, un Paese. E, quindi, anche il pallone, ormai solcato da una cultura complottista. Che certe sentenze recenti rafforzano, invece di affievolire. Ecco, quello che la gente comincia tristemente a pensare è che il destino del campionato sia già compiuto, molto prima della metà del suo cammino, al di là dello spessore e della qualità delle concorrenti. E al di là delle parole vergate di garbo di Moratti. Cioè, già disegnato e deciso a tavolino. Nicchi, o chi per lui, si riapproprierà dei microfoni di una tv generalista che, di questi tempi, insabbia praticamente tutto, liberando il proprio malumore: è il suo mestiere, è giusto che lo faccia. Senza, però, minacciare o intimidire la stampa libera, come si è permesso di fare ultimamente. Ma quanti saranno ancora disposti a credergli?
domenica 4 novembre 2012
L'Inter e la credibilità del pallone
L'Inter finalmente plasmato da Stramaccioni va ringraziato. Perchè la suspence che deve alimentare la disputa del campionato è salva. Perchè la battaglia per il titolo resta ufficialmente aperta, cioè viva. Perchè, se la Juve non fugge verso l'infinito, l'interesse popolare è garantito per un altro po' e, dunque, ci guadagna l'intera comunità calcistica d'Italia. Perchè la competizione serrata, da sempre, fa crescere il movimento del pallone. O, almeno, non appiattisce e non impoverisce lo spessore del torneo più blasonato di casa nostra. Ma l'Inter che insegue, agguanta e supera i bianconeri in casa loro e che, soprattutto, reagisce sul campo e con fatti concreti alle ingiustizie (c'è un altro episodio che premia ingiustamente la Juve, appena sette giorni dopo i fatti di Catania) va, forse, addirittura venerato. Perchè la sua rimonta annacqua altre polemiche feroci e galoppanti, ormai sull'uscio. Perchè protegge (meglio di qualsiasi difesa d'ufficio) la categoria arbitrale da un nuovo temporale, ormai difficile da controllare. Perchè libera da ogni imbarazzo la stessa Juventus, tradizionalmente costretta a convivere con certi pregiudizi guadagnati in passato. Alleggerendola, oltre tutto, della responsabilità di un'imbattibilità da preservare. E perchè, piaccia oppure no, puntella un po' la credibilità del pallone, a queste latitudini. Quella stessa credibilità che neppure il designatore si preoccupa di irrobustire. Riservando, per un match ad altissimo rischio, il nome e il cognome di un direttore di gara ormai compromesso - a torto o a ragione, non importa - con la storia. Personaggio serissimo, senza dubbio alcuno: ma anche condannato ad allargare l'alone del sospetto, cioè uno dei caposaldi della Repubblica.
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