Il Pallone d'Oro e il nome di sempre. Messi, solo Messi. E, a rimorchio, pochi eletti. Mario Balotelli non si rassegna all'anonimato internazionale e rivela, con non poca sfacciataggine, di aver perso l'occasione di competere e, addirittura, vincere la competizione e il titolo. Per limiti caratteriali ben sottolineati dalla cronache: dentro e fuori del campo. Segno che il ragazzo comincia timidamente a calarsi nella realtà. E a pensare, prima di agire. Certo, l'affermazione è un po' forte. E, probabilmente, non tiene conto di altri dettagli: alla superiorità tecnica, per esempio, di gente come l'argentino che zittisce tutti. O di altri big che, facendo due conti, indirizzano di fatto i destini dei club per cui giocano: da anni. Nutrendosi di regolarità, innanzi tutto. Ovvio: al coloured appena rientrato in Italia e immediatamente ambientatosi nel Milan non difetta la personalità. Che, se incanalata nella giusta direzione, non può che favorirne la crescita: sotto qualsiasi angolazione. Anzi, nell'epoca della comunicazione esasperata, certi segnali servono: anche a far circolare certe ambizioni. Quelle parole grondanti di autostima, probabilmente, nascondono una semplice operazione di marketing. Cioè, il desiderio di pubblicizzare un prodotto, il proprio. E se stesso: a costo zero. E Balotelli, un ventenne che vive velocemente il proprio tempo, navigando agevolmente tra i vizi e le virtù della quotidianità del terzo millennio, questa tipologia di situazioni l'ha decodificata benissimo. Lasciandosi coinvolgere dal proprio istinto, molto spesso. Ma cavalcando anche l'onda della spettacolizzazione di ogni momento.
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venerdì 15 marzo 2013
lunedì 7 gennaio 2013
Messi, noblesse oblige
Il Pallone d'Oro a Messi completa la sua quarta edizione. Tutto previsto. Tutto scontato. E tutto giusto, considerando lo spessore del giocatore, la prolificità dell'attaccante, la serietà dell'uomo, la continuità del numero uno e la tecnica indiscutibile di un argentino piccolo e sgusciante. Corsa a tre, avevano detto: tra lui, il portoghese Cristiano Ronaldo e uno spagnolo, Iniesta. In realtà, però, chiunque attendeva l'univo verdetto possibile. L'unico verdetto pronosticato e pronosticabile. Che aggiunge lustro a lustro: nessuno, prima di lui, aveva vinto il premio per quattro volte. Consecutive, oltre tutto. E nessuno, peraltro, potrà ribellarsi: il successo è blindato dalla realtà del campo. Nessuno vorrà discuterne, per una questione di ragionevolezza. Però, è difficile capire le coordinate che spingono la piccola folla che vota, orientando il giudizio finale. Perchè non sempre il più bello e il più bravo, oppure il più efficace dentro il rettangolo di gioco, ha potuto fregiarsi del titolo. Pensiamo a Maldini, buggerato almeno un paio di volte, anni fa. Oppure al tedesco Sammer, il preferito nel 1996, dopo aver dribblato qualsiasi proiezione. Tante volte, piuttosto, la votazione ha premiato un vincitore: di un campionato (meglio se del Mondo o, in mancanza, d'Europa), di una coppa di prestigio. Perchè solo chi vince può continuare a farlo impunemente: lo stesso Sammer è un esempio. Come Cannavaro, del resto. Non quest'anno, però: in cui Messi ha fallito, con il Barcellona, il traguardo dentro e fuori i confini nazionali. Al contrario di Iniesta, campione del mondo con la Spagna. O dello stesso Cristiano Ronaldo: che, almeno, si è guadagnato la Liga con il Madrid. Ma ogni votazione, si sa, possiede i suoi segreti. E l'illogicità delle sue logiche. Che, spesso, aggrediscono il buon senso. O, se non altro, la coerenza. Senza che ce ne voglia Lionel Messi: che resta il più forte dei cinque continenti. Ne siamo consapevoli: tutti.
giovedì 1 novembre 2012
Neymar, poi solo sertão
Ci sono le nomination. E riparte la rincorsa, annuale e patinata, al Pallone d'Oro, lotteria senza suspence per un alloro ipervalutato. Che, francamente, non ci solletica granchè. Ovviamente c'è il nome onnipresente dell'argentino Messi, ovviamente anche quello del portoghese Cristiano Ronaldo. E, a rimorchio, un gran numero di spagnoli (Casillas, Iniesta, Xavi, Xabi Alonso, Busquets, Iniesta, Piquet e Sergio Ramos), l'inglese Rooney, il turco di Germania Özil, il francese Benzema, lo svedese Ibrahimovic, l'altro argentino Agüero, gli ivoriani Drogba e Touré, l'olandese Van Persie, il colombiano Falcao, il tedesco Neuer e persino tre italiani (Pirlo, Buffon e Balotelli). Da più lontano, infine, spunta la classe di Neymar, orgoglio del pallone brasiliano. E unico rappresentante del Paese sudamericano: che, da sempre, rifornisce i sogni di mezzo mondo. Non è un dato da poco, pensandoci bene. Perchè, evidentemente, il calcio bailado di un tempo non riesce più a spremere qualità individuali di primissima qualità. La recessione, visto che di recessione si tratta, galoppa da qualche anno, ormai. Come il rendimento insicuro della Seleção sembra confermare. Oltre tutto, a due anni di distanza dai Mondiali che proprio il Brasile ospiterà. Tra non poche polemiche: calcistiche e politiche. Intanto, Neymar è, di fatto, l'unico verdeoro veramente spendibile, oggi, a livello internazionale. Attorno, solo un sertão di mediocrità. Conseguenza, viene da pensare, della veloce europeizzazione del calcio brasiliano. Che, negli ultimi anni, ha riempito gli organici del suo massimo campionato di troppi volantes, quelli che noi chiamiamo mediani: cioè buoni corridori e ottimi incontristi, ma assai poco ispirati. Obbligando l'intero movimento, perciò, a sintonizzarsi sulle frequenze della convenienza spicciola. Un'operazione culturale, prima ancora che un'innovazione tattica: praticamente coeva del percorso inverso reinaugurato dai club europei. Come dire: il mondo cambia in fretta. Anche per questo, probabilmente, siamo sempre più confusi. In attesa di ritrovarci calcisticamente più depressi.
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