Tremenda è la lotta. Soprattutto in fondo alla strada, quando diventa fondamentale dribblare la sostanza della retrocessione, abbandonando la forma. E quando troppi nomi importanti concorrono per raggiungere il traguardo: Genoa e Palermo su tutti. E, da ieri, ufficialmente anche il Torino di mastro Ventura. Che, giropalla o no, possiede il materiale che conosciamo: abbastanza limitato, dal punto di vista squisitamente tecnico. E, forse, pure da quello caratteriale. E che, probabilmente, sconta un certo rilassamento dell'ambiente: credutosi salvo troppo in fretta. Il Torino, anzi, è la formazione più sofferente del lotto, oggi come oggi. E quella psicologicamente meno abituata alla situazione che sta vivendo. Se Genoa e Palermo appaiono, cioè, fortemente motivate, il Toro è in sicura recessione: e questo, ad un certo punto della stagione, conta. Probabilmente, il pessimismo cosmico della gente granata ingigantisce la crudezza dellla realtà: incidendo pure. Mentre, magari, la situazione non è così irrimediabilmente compromessa. E alla fine, chissà, Bianchi e soci si salveranno agevolmente. Ma nulla ci vieta di pensare che il quadro clinico della squadra si sia fortemente appesantito. E che il Toro la retrocessione un po' se la cerca e un po' se la merita: se non altro, per quella strana mania di farsi scivolare tutto addosso. Come se niente lo riguardasse. Prendiamo il derby, quello di ritorno: che è, poi, soltanto un pretesto. E, al contempo, un film già visto. Che abbiamo già avuto occasione di commentare: ma ripetersi, certe volte, non guasta. Vince la Juve, come da copione. Come da pronostico. Perché, analizzando serenamente il divario di artiglieria, non c'è partita. Ma vince proprio in coda al match, gocando come dovrebbe giocare il Torino, casa storica del tremendismo. Potento contare, ovviamente, su qualche facilitazione: da una parte un certo tipo di fallo è punito severamente, dall'altra no. E in un'area è più facile scorgere la scorrettezza e nell'altra no: al di là del fatto che Jonathas, prima di essere atterrato, sia di qualche centrimetro in offside. O che il contrasto tra Glik e Chiellini possa essere recintato nel terreno della consuetudine. Nessuno, comunque, urla allo scandalo. Primo, perché - a fronte di episodi che navigano ai limiti della certezza - scandalo non c'è. Secondo, perché il Torino non fa notizia, mai: lasciando il palcoscenico agli altri. Che se lo prendono sempre, a prescindere: con la forza del torto o della ragione. Terzo, perché anche l'informazione nazionale ama glissare certi particolari, quando manca l'audience. Quarto, perché la società continua a tacere, dopo anni di rodaggio: e, dunque, acconsentendo. Lo stesso Glik, riflettendo sulla rete, si lascia scappare un tweet, che di questi tempi è operazione assai trend: «Non so che dire», scrive. Ecco, appunto: l'abitudine al silenzio genera altro silenzio. Quello degli innocenti. O dei brutti, sporchi e sconfitti.
lunedì 29 aprile 2013
giovedì 18 aprile 2013
Quando il giovane Stramaccioni esagera
Andrea Stramaccioni è giovane e si farà. E, intanto, comincia a misurarsi con il mondo: senza risparmiarsi parole appuntite, battute franche, spunti polemici. Puntando dritto sull'universo arbitrale, se serve (e serve spesso): trovando spazio, in diverse occasioni, dalla parte della ragione, che sia detto. Oppure, alzando la barricata tra sé e la critica: che non ama o mal sopporta. Trovando puntualmente la motivazione logica, ma anche tecnica e tattica, che spiega le difficoltà croniche dell'Inter, il regresso caratteriale del collettivo, la rinuncia alla manovalanza giovane (sulla quale avrebbe dovuto fondarsi la ricostruzione, come da programma societario) e il fallimento del progetto. Osteggiato, va detto pure, dall'intensificazione di infortuni di differente natura, che finiscono con l'incidere - e non poco - sulla classifica: assolutamente improponibile per un club di pima fascia. Che, olte tutto, si ritrova a metà aprile senza prospettive (la qualificazione in Champions è andata, quella in Europa League quasi) e senza alternative consolatorie (il cammino europeo si è interrotto di fronte al Tottenham e, da ieri, Zanetti e soci hanno salutato anche la Coppa Italia, contestati dalle tribune). Il tecnico, però, resiste e controbatte. Aggirando il problema della riconferma, non più così automatica, malgrado le assicurazioni di patron Moratti. E facendosi regolarmente scudo, gli va dato atto, della squadra: come il suo predecessore Mourinho insegna. Proteggendo la truppa dalle insidie dei commenti, deviando le contestazioni, attirando quasi tutte le attenzioni. Senza assumersi, magari, neppure troppe responsabilità. Ma non dimenticando mai di tributare al gruppo la propria soddisfazione, che è poi la soddisfazione di un allenatore paziente e comprensivo. E' accaduto anche ieri, sùbito dopo la nuova e imbarazzante caduta, di fronte alla Roma, nel match decisivo di Coppa. Sconfitto, ma ugualmente compiaciuto della prestazione: il coach rilancia. Forse, solo per necessità e non certo per convinzione: lo stratega deve pur inventarsi qualcosa, per parare il contraccolpo dell'eliminazione. Ma, questa volta, il giovane Stramaccioni esagera. Offendendo la sua intelligenza. E la nostra.
martedì 19 marzo 2013
Nicchi e la brutta storia di Pescara
C'è una squadra che sta affogando, il Pescara. Che, ormai, perde troppo spesso e che teme fortemente la B. Trascinandosi tensioni e malesseri, di ordinaria quotidianità. Arriva il momento di incontrare il Chievo, in casa, e nell'ennesima gara delicata della stagione si abbatte un'azione di gioco controversa. E, poco dopo, se ne aggiunge un'altra. Le decisioni dell'arbitro, che si chiama Mazzoleni e viene da Bergamo, sono contrarie: in entrambe le situazioni. A match tramontato, infine, si arrampica l'esigenza (lecita) di sapere, di capire. Di contestare, magari. E di chiedere (o pretendere) spiegazioni: quasi fossero un risarcimento morale. Di rimando, ci sarebbe anche una risposta. Che non piace. E che rinfaccerebbe certe parole spese in settimana dai tesserati del club, particolarmente ruvidi verso l'universo arbitrale. Brutta storia: ancorchè tutta da verificare. Brutta perché, se non altro, presuppone sanzioni severe. Per il direttore di gara, che dovrebbe attenersi ai fatti del campo e, nello specifico, di quella partita, senza soffermarsi su questioni differenti. Oppure per Daniele Sebastiani, presidente della società abruzzese, che davanti ai microfoni e all'Italia intera avrebbe raccontato una bugia. Intanto, in attesa delle valutazioni della procura federale, ormai investita ufficialmente della responsabilità di risolvere la querelle, interviene Nicchi, il capo degli arbitri nazionali: «Ognuno risponde di quel che dice, la verità verrà fuori». Lo speriamo. Anche se, anche nel pallone di casa nostra, ci fidiamo sempre di meno. E poi: «Gli arbitri non devono essere oggetto di aggressioni e contestazioni sotto i tunnel o negli spogliatoi. Nessuno è autorizzato a contestare fuori dai luoghi preposti». Può darsi. Anzi, è sicuramente così. Ma il concetto di fondo non cambia. O meglio: non si stempera la gravità dell'accusa. E quella dell'ipotizzata risposta. Che, se c'è stata, è una pessima risposta. Buona soltanto a seminare nuove macchie. E nuovi dubbi: sul calcio e su chi lo governa. Dentro il rettangolo di gioco, in questo caso. Ci ha pensato, Nicchi?
lunedì 18 marzo 2013
Conte, Pioli e il Chelsea
Bologna non ama la Juve. Come Napoli. Come Firenze. Come buona parte di Torino, del resto (sponda granata, ovvio). Come Roma. E come altri luoghi d'Italia (magari, sarà anche il motivo per cominciare a chiedersi il perché). Dove arriva la formazione di Conte, cioè, crescono i problemi: di ordine pubblico, soprattutto. Come le ultime decisioni della magistratura ordinaria confermano (sono appena piovuti diversi daspo, anche se proprio tra la tifoseria bianconera, conseguenza diretta del recente confronto diretto tra la capolista e la sua vice, in Campania). Vero: il pallone sta diventando, settimana dopo settimana, una battaglia già scritta: tra le strade, ancora prima che sull'erba. E l'allenatore leccese, infastidito dall'accoglienza di domenica in terra emiliana, si appropria di tutte le ragioni: così non si può continuare. E tanto vale espatriare, ovvero allenare all'estero. Conte, poi, nel corso del match esulta corposamente alla seconda marcatura della propria squadra, che con la vittoria di Bologna si fregia del diritto di conservare lo scudetto: non aritmeticamente, ma ragionevolmente. Tanto da sollevare l'irritazione del collega Pioli. Che dimentica, tuttavia, una regola non scritta: festeggiare è ancora permesso. A chiunque. E, dunque, anche a Conte, peraltro sempre assai abile nel respingere le simpatie altrui. Colpevole soltanto, nello specifico, di non capire certe situazioni che possono essere equivocate: ma non di peggio. E, magari, di aver approfittato della situazione per tentare di smarcarsi dalla Juve, a fine stagione. Per accettare, come si sente dire, le offerte del Chelsea. Oppure, per guadagnare solo un po' di spazio in più in sede contrattuale: aggirando l'ostacolo.
venerdì 15 marzo 2013
Il marketing di Balotelli
Il Pallone d'Oro e il nome di sempre. Messi, solo Messi. E, a rimorchio, pochi eletti. Mario Balotelli non si rassegna all'anonimato internazionale e rivela, con non poca sfacciataggine, di aver perso l'occasione di competere e, addirittura, vincere la competizione e il titolo. Per limiti caratteriali ben sottolineati dalla cronache: dentro e fuori del campo. Segno che il ragazzo comincia timidamente a calarsi nella realtà. E a pensare, prima di agire. Certo, l'affermazione è un po' forte. E, probabilmente, non tiene conto di altri dettagli: alla superiorità tecnica, per esempio, di gente come l'argentino che zittisce tutti. O di altri big che, facendo due conti, indirizzano di fatto i destini dei club per cui giocano: da anni. Nutrendosi di regolarità, innanzi tutto. Ovvio: al coloured appena rientrato in Italia e immediatamente ambientatosi nel Milan non difetta la personalità. Che, se incanalata nella giusta direzione, non può che favorirne la crescita: sotto qualsiasi angolazione. Anzi, nell'epoca della comunicazione esasperata, certi segnali servono: anche a far circolare certe ambizioni. Quelle parole grondanti di autostima, probabilmente, nascondono una semplice operazione di marketing. Cioè, il desiderio di pubblicizzare un prodotto, il proprio. E se stesso: a costo zero. E Balotelli, un ventenne che vive velocemente il proprio tempo, navigando agevolmente tra i vizi e le virtù della quotidianità del terzo millennio, questa tipologia di situazioni l'ha decodificata benissimo. Lasciandosi coinvolgere dal proprio istinto, molto spesso. Ma cavalcando anche l'onda della spettacolizzazione di ogni momento.
lunedì 4 marzo 2013
Il futebol e il ritardo della Rai
La televisione generalista si affaccia sul Brasile. E fa di tutto perché si sappia. Qualsiasi trasmissione sportiva, dal lunedì alla domenica, lo ripete puntualmente e immancabilmente, da giorni: Rai Sport ospiterà il calcio brasiliano, del quale ha acquistato i diritti. Anzi, ha già cominciato: con le dirette di un paio di match per settimana. Omettendo però di precisare, sin quando è stato possibile, che il campionato Paulista non è quello nazionale, ad esempio. Ma solo un torneo statale: che noi potremmo tradurre con l'etichetta di regionale. Il primo appuntamento offerto (Linense-Ponte Preta) altro non è, per intenderci, che l'incrocio tra una società di terza serie e una di quella che, al di là dell'oceano, chiamano Segundona. Come se, in Italia, offrissero la diretta di Carpi-Modena. O di Avellino-Juve Stabia. Giusto per capirci. L'approccio al campionato vero e proprio, ovvero il Brasileirao, avverrà più tardi: per il semplice fatto che la kermesse non è ancora cominciata (se ne parla tra tre mesi). Il punto, tuttavia, non è questo. Disarma un po', piuttosto, sapere che la Rai scelga di avvicinarsi al calcio brasiliano, considerato ancora quello tecnicamente più evoluto del pianeta, ma solo sulla scia dei luoghi comuni, proprio nel momento storico peggiore. Non è un mistero che il pallone verdeoro stia ultimamente battagliando contro la scomparsa di talenti (mai così pochi, in un Paese dalle sorgenti credute inesauribili), contro una subdola crisi di gioco (le formazioni brasiliane, anche quelle più titolate, si esprimono mediamente male, anche per la cattiva abitudine di preferire la quantità e la sostanza, a dispetto della forma: incredibile, ma vero), contro la progressiva spersonalizzazione del gioco (lo ammette la stessa critica brasiliana e commentatori di prestigio come Tostão), contro il processo dell'eccessiva europeizzazione dei moduli. E se il futebol, ormai colonizzato da mediani che corrono e azzannano, si sta industriando a riportare dentro i confini nazionali antichi simboli come Ronaldinho o Pato (e anche Robinho potrebbe rientrare alla base), preoccupandosi di acquisire le prestazioni di vecchie conoscenze come Seedorf, un motivo ci sarà pure. Gli operatori di mercato europei, del resto, si sono accorti delle realtà da tempo. Ripiegando su altre aree del Sudamerica: la Colombia, ad esempio. Oppure il Cile. Oltre che l'Argentina, ovviamente. Solo la Rai sembra non saperlo. O non averlo capito. L'operazione commerciale, qualche anno addietro, si sarebbe rivelata intelligente. E vincente. Ma arriva con qualche anno di ritardo. Di colpevole ritardo.
venerdì 22 febbraio 2013
Brutti, grassi e vincenti
Tre a zero in casa. A favore altrui, contro qualsiasi pronostico. E due a zero fuori, mel match di ritorno. Sempre con saldo negativo: ampiamente previsto, questa volta. Tanto, a quel punto, è.già tutto compromesso. Ed è meglio risparmiare forze. In tutto, cinque gol. A zero. Il superfavorito Napoli è fuori dalla Europa League. Passano i ceki di Plzeń: amareggiando la torcida campana e anche chi avrebbe volentieri scommesso sulla formazione di Mazzarri, in prospettiva. I cattivi pensieri della gente che tifa, peraltro, si acuiscono più tardi, oltre i titoli di coda. Davanti ad una di quelle immagini che celebrano l'impresa di un club di seconda fascia. La pessima silhouette del capitano del Viktoria, a torso nudo, infastidisce. Il profilo in evidente sovrappeso schiaffeggia l'Italia della tattica, delle doppie sedute di allenamento e del professionismo spinto. Ma spiega quanto possano aiutare, in mancanza di altre qualità, la voglia, il sacrificio, la mentalità, il cuore, il carattere. E le motivazioni. Che il Napoli aveva già deciso di tributare al proprio campionato, unico pensiero e obiettivo sostenibile. E il Viktoria Plzeń all'Europa. Dove non esiste nessun torneo, quello italiano a parte, in cui si bruciano tutte le energie nervose. E dove lo stress si accumula e si concentra, svuotando mente e gambe. E, sì, anche la pancia: che è però il simbolo di un calcio grezzo e dopolavoristico, ma ancora verace. Che, talvolta, si permette di non premiare il migliore e neppure il più ricco. E che, tuttavia, ci impedisce di cadere nel vortice pericoloso della prevedibilità. Non è affatto male, dopo tutto.
mercoledì 20 febbraio 2013
La serie D e le scommesse
Santi, eroi, navigatori. E appassionati di scommesse. Gli italiani non si fanno mancare niente, appena si apre lo spazio per arrampicarsi, per inseguire il sogno o il guadagno facile. Le puntate copiose nelle innumerevoli sale da gioco virtuali e il giro di affari sistemati assai spesso al di là della barriera dell'illecito hanno incacrenito il pallone di queste e di altre contrade: la globalizzazione, in questo caso, è totale. Riversando sospetti e, tante volte, molto fango sul calcio dei professionisti. E, di conseguenza, ingolosendo progressivamente gli operatori del settore e, a rimorchio, pure i signori del sommerso. Prima o poi, cioè, doveva capitare: le scommesse approdano pure tra i dilettanti. Ufficialmente. La notizia è vecchia di pochi giorni: si potrà puntare anche su alcuni incontri dei campionati di serie D. Sui quali, alla lunga, diventerebbe praticamente impossibile vigilare seriamente, compiutamente e puntualmente: per una questione, soprattutto, di grandi numeri (troppi gironi, troppe squadre, pochi riflettori). La novità piacerà a molti, giusto. Ma avvilisce altri. Qualcuno, anzi, si è pure ribellato: come, ad esempio, la Fondazione Taras 706 ac, associazione tarantina che, tra l'altro, irrobustisce l'ossatura societaria del principale club cittadino, per il semplice fatto di detenere alcune quote. Consigliando i suoi più alti rappresentanti ad organizzare persino un incontro con il presidente della Federcalcio di Bari, Tisci: che, evidentemente, dovrà incaricarsi di riportare un certo disagio ai suoi diretti superiori. Iniziativa lodevole, ma non sappiamo di quale utilità: sinceramente. Anche a fronte di una realtà diversa. Perchè pochi ricordano che, sul calcio dei dilettanti, si scommette già da tempo. E, per farlo, è (era) sufficiente spostarsi oltre i confini nazionali. Con un click, con un link. E con chissà quali altri mezzi. E perchè non tutti, magari, viaggiano per i campi di quinta divisione: dove, soltanto la scorsa stagione, chi c'era ha visto tutto quello che non avrebbe voluto vedere. E anche di più.
mercoledì 30 gennaio 2013
Spesa ingente, ritorno sicuro
Basterebbe riesumare quella frase un po' pesante e sferzante, neanche troppo datata, sganciata più per deviare la pressione mediatica che per sbarrare la strada ad un acquisto importante, per affondare la lama. «Balotelli è una mela marcia», raccontò Berlusconi. Ma la retorica facile non ci attira e non ci garba. Troppo scontato, meglio di no. Eppure il bad boy che ha inquietato l'ambiente del Manchester City, dopo aver irrigidito l'altra parte di Milano, arriva al Milan, quasi ai titoli di coda della seconda sessione di mercato. Diventando il top player che Allegri avrebbe voluto: molto più di Kaká. E proiettando idealmente il club verso una dimensione più consueta: quella delle realtà che possono e vogliono spendere. E, quindi, competere. Operazione rischiosa, è vero: perché il ragazzo continua a indispettire, dentro e fuori dal campo. Perché la sua redenzione è rinviata, mese dopo mese, da ormai qualche anno. Perché un big, da solo, non basta a quadrare i conti, se il collettivo non decolla mai per davvero. E a recuperare lo spessore perduto. Ma, lo sappiamo, il pallone - oggi - è uno dei problemi dell'ex presidente del Consiglio, ma non il problema. Che, piuttosto, si chiama campagna elettorale. Alla quale, tuttavia, il calcio e il Milan possono portare giovamento, Cioè, pubblicità. Investire (venti milioni) significa, dicono i più informati, guadagnare quattrocentomila voti: nel bacino d'utenza rossonero, immaginiamo. Altro che programmi, battaglia sull'Imu e guerra dichiarata alla magistratura. Spesa ingente, ritorno sicuro: ragionassimo per logica, non ci crederemmo. Ma così è, se vi pare. Quanto basta per avanzare sospetti sulla nostra ingenuità. Quanto basta per depotenziare la già flebile considerazione verso questo Paese e la folla impersonale che lo abita. Quanto basta per capire quale sia, per i professionisti della politica, la considerazione nei confronti della tifoseria. E quindi della gente. Che, prima o poi, magari senza troppa convinzione o con poco piacere, vota.
martedì 29 gennaio 2013
Roma, due anni di lavoro. Persi
Permetteteci di ritornare su Zeman. Che si apprezza per quello che è, per quello che dice e per come lo dice. Oppure non si tessera proprio: bypassando complicazioni eventuali e future. La storia del boemo è lunga. E pure densa di avvenimenti. Solitamente rumorosi. Il suo calcio è, molto spesso, il più apprezzato. Ma anche il più avversato: e ognuno è libero di sposarne i dogmi o di delegittimarlo. Comunque, chi lo ingaggia, in estate, è perfettamente consapevole delle caratteristiche del suo modo di intendere il pallone e delle abitudini del personaggio. Non è tecnico da partenze spinte: anche perchè non è facile deglutirne gli schemi e le modalità di allenamento. Soprattutto se il materiale che i club volutamente e puntualmente gli consegnano va opportunamente valutato, modellato e formato. In cambio dei risultati, chiede tempo. E, se una società è affamata di certezze, è preferibile che si rivolga ad altri: investendo, magari, su uomini già pronti per vincere. Non è, oltre tutto, uomo di facile gestione: e certi attriti vanno messi in conto. Ovvio: la Roma, nello specifico, possiede una propria storia, si nutre di ambizioni che non può ignorare e, soprattutto, è quotata in borsa. Senza contare che anche le migliori intenzioni possono franare sulla crudezza di determinate parole: che Zeman, nel rispetto di se stesso, non ha evitato neppure nella capitale. Ma ci pare di capire che il problema non nasca essenzialmente dalla complicazione di un rapporto tra l'allenatore e la società. Se è vero, come è vero, che il destino del boemo si compierà alla fine di questa settimana. E che dipenderà dal prossimo risultato. Quel risultato che, in fondo, è l'unico vero strumento di giudizio, per chi siede in panchina. Del resto, vale per chiunque: non ci meravigliamo. Eppure, l'eventuale defenestramento di Zeman non ci convincerebbe ugualmente. Innanzi tutto perché la lievitazione di un gruppo fondamentalmente giovane e che punta a solidificarsi gradualmente (erano queste le condizioni o le previsioni) passa attraverso molti momenti di alta e pure di bassa pressione. La classifica, giusto, non è ancora brillantissima e mancano punti: ma ci sembra che le priorità, agli albori della stagione, fossero altre. Una per tutte: il lavoro di prospettiva. Senza contare che, tra un'ingenuità e una cointroindicazione, qualcosa stia lentamente affiorando. Come conferma il rendimento medio di certi elementi su cui puntare in futuro. Cacciare ora Zeman sarebbe sostanzialmente ingiusto. E sarebbe inopportuno liquidarlo anche prima del prossimo campionato: due anni è l'arco di tempo minimo, per un certo tipo di operazione tecnica. Concordata dietro le scrivanie, è meglio ricordarlo. Sollevarlo dall'incarico, infine, per la Roma significherebbe aver tradito un progetto in cui la dirigenza sembrava crederci davvero. E aver disperso un anno di lavoro. Anzi, due.
domenica 27 gennaio 2013
Il calcio delle ambiguità
Al di là delle rivalità e delle fede di ciascuno: la Juve che si lamenta di una conduzione arbitrale (quella della squadra diretta dal torrese Guida, nello specifico) è una piega del gioco. E, teoricamente, ci sta: i soprusi infastiscono tutti, anche i più e meglio protetti. Anche perché, nel circo del pallone di questo Paese, ogni sollevazione ufficiale è una sorta di foglio di garanzia. E aiuta a calamitarsi addosso futuri favori: chi dice il contrario mente. Sapendo di mentire. Ingiusto, sì: ma normale. Che la Juve, poi, si infuri come è accaduto ieri, immediatamente dopo il novantesimo del match in cui il Genoa le ha strappato un punto sull'erba di casa, questo fa un certo effetto. Sinceramente. Non osiamo immaginare, peraltro, cosa dovrebbero pensare gli avversari diretti (il Napoli ingiustamente punito in Supercoppa, oppure la stessa Inter, così come il Milan, che ancora fatica a digerire il caso-Muntari) e, soprattutto, i club politicamente più deboli, vessati da decenni interi. Ma si vive dei fatti del presente e il passato è un capitolo chiuso: vero. E anche a Torino avranno pure il diritto di ribellarsi, prima o poi. Non regge, però, l'idea (bianconera) di rinfacciare al mondo le frasi spese dagli antogonisti, in tempi diversi e a situazioni invertite. Perchè le stesse parole (di circostanza e di convenienza) nascono ovunque: anche e soprattutto in riva al Po. Basterebbe ricordarsene, quando serve. Su una cosa, però, il direttore generale della Juventus, Marotta, non sbaglia: per un match del genere, la designazione di Guida, un arbitro che arriva da Torre Annunziata, praticamente alle porte di Napoli, cioè la città che spinge la concorrente più pericolosa, è infelice. E, aggiungiamo noi, inopportuna. Perché il sospetto non aiuta a migliorarci. Perché esistono delle logiche, che il settore arbitrale finge di dimenticare. Perché il nostro calcio non è ancora maturo per abituarsi a se stesso. Perché il pallone, in Italia, non ha bisogno di altre iniezioni di diffidenza. Nè di equivoci e di ambiguità: non ce lo possiamo permettere.
lunedì 21 gennaio 2013
Il campionato delle domande consuete
Dai canali generalisti ai salotti televisivi più sperduti, la domanda più banale e scontata è anche la più spesa. Da almeno due mesi, nessuno - ma proprio nessuno - resiste alla tentazione di chiedere e chiedersi (più per abitudine o per pigrizia professionale, forse, che per esigenza tangibile) chi può fregiarsi del diritto di considerarsi lo sparring partner ufficiale della Juventus nella lotta ad un titolo che, piuttosto, sembra già assegnato. E non da ora. Il giro di opinioni non si è mai fermato. E non si è arreso neppure davanti alla prima considerazione di fondo sgorgata dall'ultima domenica di ordinario pallone: la flessione dettata dal pesante richiamo atletico impartito da Conte nel corso della pausa di metà stagione, cioè, sembra quasi superata. Soliti quesiti, dunque: e, quindi, solite risposte. Che, probabilmente, non tengono in adeguata evidenza due o tre verità. La Juve, ecco la prima, è l'unica squadra veramente solida del campionato, dal rendimento costante, ovvero credibile. Il plotone delle inseguitrici (si fa per dire) è, di contro, quello che è: altamente influenzabile dalle situazioni del campo, troppo folto per evitare conflitti di interesse (tutti tolgono punti a tutti, settimana dopo settimana) e incapace di mantenere il passo del leader. Anche quando il leader rallenta. Infine, certi episodi (questa volta, il raddoppio della Lazio, a Palermo, viene ingiustamente cancellato dal direttore di gara) finiscono per trattenere sempre chi insegue: ma questo fa parte della nostra storia. Il verdetto finale, sostanzialmente giusto, è già scolpito. E i tentativi, anche i più lodevoli, di mantenere vivo l'interesse di appassionati e addetti ai lavori non reggono più. Bisogna farsene una ragione, punto. Intanto, la capacità (e la voglia) di frugare nelle pieghe del torneo sembra esaurita. Gli interrogativi più abusati, quelli più popolari e istintivi, sopravvivono solo per inerzia. Ma le domande, quelle vere, sono finite. Oppure la stampa sportiva italiana, irrimediabilmente appiattitasi nel tempo, non possiede più fantasia.
lunedì 14 gennaio 2013
Amauri e quel gol dimenticato
Amauri Carvalho de Oliveira è un brasiliano senza troppa storia, nel pallone del suo Paese. Un sudamericano snobbato dalla sua Seleção e, anche per questo, italiano per scelta. Quando esigenza e riconoscenza verso la terra che l'ha adottato hanno finito per confluire in un iter burocratico tracciato nel laboratorio degli oriundi. Certo, da allora qualcosa è cambiato: le porte della Nazionale, quella della patria nuova, non si sono più aperte. Colpa di un infortunio, anche abbastanza grave. E di una conseguente involuzione tecnica che ha tranciato il rapporto tra il ragazzo di Carapicuiba e la Juve, smistando il destino dell'artigliere tra Firenze e Parma, dove attualmente gioca. La tifoseria bianconera, infatti, non lo ricorda volentieri. Come i fischi sonori e la disapprovazione popolare emersa al Tardini, ieri, nel corso del match in cui hanno incrociato i tacchetti la formazione emiliana e quella di Conte, dimostra. Roba da curva, nessuna sorpresa. Certe dinamiche del tifo sono ormai ampiamente tollerate e deglutite. Eppure, proprio la Juve, ad Amauri deve non poco. Quel gol del brasiliano, all'epoca vestito con la maglia della Fiorentina, che stese il Milan a San Siro, meno di un anno fa, significò praticamente scudetto. La gente che tifa, però, non se n'è ricordata. Oppure, ha preferito dimenticarlo. Scegliendo la via dell'ostilità diretta, senza filtri. Del resto, questa è un'Italia che dimentica in fretta. E che non si piega troppo volentieri al sentimento di riconoscenza. Così è: e non moriremo per questo. E poi, è chiaro, vanno bene la contestazione civile e il gioco legittimo delle casacche: il pallone, da sempre, è passione da guelfi e ghibellini. Ma la gratitudine, in certi casi, sarebbe un ingombrante dovere.
mercoledì 9 gennaio 2013
Di Canio, ambizioni da cullare
Carismatici, riveriti e ben pagati. Spesso, vincenti. E, talvolta, anche per questo, antipatici. Se non, addirittura, spocchiosi. O esageratamente esigenti: quasi da rischiare il processo per autoritarismo. Perchè, anche se tecnicotattica, sempre dittatura si chiama. Molto spesso, intolleranti: al giudizio, alla critica. Quella che arriva dall'esterno. E pure dall'interno. Quasi sempre infastiditi dal pubblico confronto che prova a scavare e spigolare, saltando gli ostacoli delle analisi preconfezionate. O delle parole comodamente messe in croce per acquietare la curiosità dei meno esigenti. O di quelli che si accontentano del già sentito. Spregiudicati, quando serve: ai bordi del campo e davanti ai microfoni. Comunque, gelosi della propria autonomia. Del proprio recinto. E, ovviamente, del proprio stipendio. Che non è un dettaglio marginale. E che però finisce per ricompensare stress, amarezze, insuccessi, polemiche, pressioni, contestazioni. E, in certi casi, rivolte. Quello stipendio che rifonda dal perenne pericolo di congiure. Ed esoneri. Che, certe volte, para persino le decisioni più drastiche: i costi aggiuntivi sono sempre un deterrente, per i club. Brillanti, ombrosi, istrionici: ogni caudillo possiede il suo marchio di fabbrica. E non fa niente per nasconderlo. Gli allenatori preferiti del gran circo del pallone, però, si espongono sempre. Più dei colleghi meno quotati o meno fortunati: del resto, il potere contrattuale di ciascuno è saldo. Nessuno, tuttavia, deve penare troppo per ottenere vantaggi accessori: prima per tutte, la base qualitativa dell'organico in cui operare. Basta chiedere: qualcosa arriverà, prima o poi. Anche in tempi angiusti come questo. Ma Paolo Di Canio non è ancora un top coach: allena in Inghileterra, a Swindon, ma in quella che è considerata la nostra terza serie. Insegue un obiettivo, che è poi anche il sogno di conquistare la promozione. Solo che la sua società ha limitato i budget di spesa. L'allenatore, comunque, non si è affatto rassegnato. E ha già informato club, tifoseria e stampa che, se necessario, provvederà a sovvenzionare personalmente la prosecuzione progetto. Attingendo dal proprio conto in banca: che, presumibilmente, non è lo stesso di Mourinho. O di Capello. O di Ancelotti e Ferguson. L'ambizione, evidentemente, porta anche a questo. Oppure, l'entusiamo più sano è davvero ancora intatto. L'iniziativa di Di Canio, altrimenti, può essere decodificata come un investimento sul futuro: il proprio. Di certo, però, il tecnico romano si è guadagnato colonne sui giornali, cioè pubblicità. Considerazione tra la sua gente, ovviamente. E, magari, il rinnovo automatico dell'ingaggio. Gente così fa bene ai club: e, tra le scrivanie dello Swindon Town, il particolare non sarà passato inosservato.
lunedì 7 gennaio 2013
Messi, noblesse oblige
Il Pallone d'Oro a Messi completa la sua quarta edizione. Tutto previsto. Tutto scontato. E tutto giusto, considerando lo spessore del giocatore, la prolificità dell'attaccante, la serietà dell'uomo, la continuità del numero uno e la tecnica indiscutibile di un argentino piccolo e sgusciante. Corsa a tre, avevano detto: tra lui, il portoghese Cristiano Ronaldo e uno spagnolo, Iniesta. In realtà, però, chiunque attendeva l'univo verdetto possibile. L'unico verdetto pronosticato e pronosticabile. Che aggiunge lustro a lustro: nessuno, prima di lui, aveva vinto il premio per quattro volte. Consecutive, oltre tutto. E nessuno, peraltro, potrà ribellarsi: il successo è blindato dalla realtà del campo. Nessuno vorrà discuterne, per una questione di ragionevolezza. Però, è difficile capire le coordinate che spingono la piccola folla che vota, orientando il giudizio finale. Perchè non sempre il più bello e il più bravo, oppure il più efficace dentro il rettangolo di gioco, ha potuto fregiarsi del titolo. Pensiamo a Maldini, buggerato almeno un paio di volte, anni fa. Oppure al tedesco Sammer, il preferito nel 1996, dopo aver dribblato qualsiasi proiezione. Tante volte, piuttosto, la votazione ha premiato un vincitore: di un campionato (meglio se del Mondo o, in mancanza, d'Europa), di una coppa di prestigio. Perchè solo chi vince può continuare a farlo impunemente: lo stesso Sammer è un esempio. Come Cannavaro, del resto. Non quest'anno, però: in cui Messi ha fallito, con il Barcellona, il traguardo dentro e fuori i confini nazionali. Al contrario di Iniesta, campione del mondo con la Spagna. O dello stesso Cristiano Ronaldo: che, almeno, si è guadagnato la Liga con il Madrid. Ma ogni votazione, si sa, possiede i suoi segreti. E l'illogicità delle sue logiche. Che, spesso, aggrediscono il buon senso. O, se non altro, la coerenza. Senza che ce ne voglia Lionel Messi: che resta il più forte dei cinque continenti. Ne siamo consapevoli: tutti.
lunedì 17 dicembre 2012
Crederci o non crederci, ecco il problema
Serse Cosmi è un motivatore sanguigno, un viscerale. Un uomo da battaglia, un grintoso. Sempre disposto a metterci tratti somatici e firma. Come qualunque allenatore, possiede un nemico certo: i risultati. Quelli che a Siena, ultimamente, sono mancati. Lasciando la Robur in fondo a quella classifica difficile da scalare, dopo quei sei punti di penalità da smaltire, inflitti ancora prima che la stagione ufficiale cominciasse. Proprio l'handicap di partenza, però, spiega quanto la decisione della sua società di esonerarlo, in coda al derby di Firenze, sia sostanzialmente ingiusta. Perchè questo torneo, a tutt'oggi, è tutt'altro che negativo: come asseriscono i diciassette punti conquistati sin qui sul campo. Più di quelli collezionati da tante altre concorrenti alla salvezza. Il pallone non sa aspettare, lo sappiamo. E scorre, tradizionalmente, troppo veloce. E, forse, le apparenze possono ingannare chi governa il traffico e deve decidere. Di certo, ora il club è immerso nella paura di non farcela. O troppo impegnato a parare le insidie di una certa involuzione palesata della squadra. In luogo di Cosmi, intanto, è arrivato Iachini, mediano in campo (non molti anni addietro) e capitano pragmatico in panchina. Quello che può definirsi un clone del suo predecessore, sotto parecchi aspetti. Uno che ci crede, come si dice. Così come, nella salvezza, credeva anche il tecnico umbro. Al contrario, magari, di altri: tutti sistemati dietro a una scrivania.
mercoledì 28 novembre 2012
Il confine sottile tra etica e regolamento
Prendetela come una provocazione. E, magari, lo è. Oppure, come una tesi ardita. Oppure, ancora, come un semplice argomento sdoganato per discuterne. Perchè qualcosa non ci quadra: nella forma. Malgrado, sulla sostanza, ci sia poco - molto poco - da eccepire. Dunque: il fair play è indice di civiltà. Anche, soprattutto nel pallone. E i suoi principi vanno rispettati. Non l'ha fatto, ad esempio, Luíz Adriano, un brasiliano di Porto Alegre che ha trovato ingaggio in Ucraina, allo Shaktar di Donetsk, formazione attualmente quotatissima in Champion's League. Nell'ultimo match, di fronte ai danesi del Nordsjaellend, ha segnato: sfruttando, però, un pallone appena restituito dalla sua squadra all'avversario. E, indubbiamente, anche la propria velocità d'esecuzione, nettamente superiore a quella degli scandinavi, certi di non dover temere nulla. Una palla a due comandata dal direttore di gara per riavviare il gioco dopo un infortunio non può e non deve trasformarsi in un vantaggio per chi ha il dovere di disobbligarsi: punto. Non lo scrive il regolamento, ma la prassi è antica e consolidata. Il gaúcho, invece, ha finto di dimenticarsene: collezionando una cattiva figura, i fischi e gli insulti della gente sugli spalti, una decina di cazziatoni e il pubblico ludibrio. Obbligando, oltre tutto, lo Shaktar a rimediare sul campo, immediatamente (i danesi sono facilmente tornati in vantaggio, siglando pochi minuti dopo la rete del due a uno). E, sin qui, ci siamo. Abbiamo dei dubbi, piuttosto, su quello che accadrà più avanti. Perchè l'incrimazione formale della Fifa, cioè il governo principe del pallone, sfocia nella squalifica di un turno al giocatore. Domanda: ma tutto questo, al di là dei valori traditi, è legittimo? Ovvero: è legittimo che un giocatore venga punito per un comportamento profondamente antipatico, censurabilissimo, ma nel pieno rispetto del regolamento calcistico? Perchè, ricordiamolo pure, una palla scodellata tra due avversari, norma alla mano, è libera di essere conquistata da chiunque. Per chiarire: moralmente parlando, la sanzione è meritata. Anzi, può persino apparire debole. Ma il calcio giocato non prevede una norma non scritta: e la Fifa, prima di tutti, ha l'obbligo di tutelare il regolamento del campo. Sappiamo benissimo che Luíz Adriano ha sbroccato e deve pagare: ma, quanto meno, questo è un dettaglio che andrebbe quanto meno dibattuto più profondamente di quanto sia stato fatto e, magari, chiarito. Una volta per tutte. Peccato, però, che nessuno si sia posto il quesito. O che si sia interrogato.
martedì 27 novembre 2012
E se Cellino fosse stanco?
L'ultima di Massimo Cellino: un ragazzino destinato dalla sua società a sbrigare il proprio compito di raccattapalle durante l'ultimo Cagliari-Napoli, riceve un attestato di simpatia da Marek Hamsik, che poi è l'uomo decisivo del match (suo il gol del successo della gente di Mazzarri). E, per questo, viene redarguito e punito, ovvero allontanato. Dove, per allontanamento, si intende la perdita del posto nell'organico del settore giovanile sardo. Va bene che il regolamento interno non prevede che i raccattapalle chiedano (o, eventualmente, ottengano senza volerlo) qualcosa da chi scende in campo: ma, sinceramente, questo ci sembra molto più di abbastanza. Diciamo pure troppo. E va bene che, probabilmente, il presidente è uomo di scaramanzia ultradichiarata. I riflettori su di sè, piuttosto, sembrano attrarlo, disorientarlo. La storiaccia del mancato svolgimento di Cagliari-Roma, per un capriccio di uno dei plenipotenziari più agitati del pallone italico, è ancora fresca. E freschissime, anzi, sono le dichiarazioni che si sono accodate al secondo grado di giudizio, ovviamente sfavorevole: parole oggettivamente senza fondamento. E in sovrannumero. Oppure, Cellino è stanco: del calcio, delle sue dinamiche, dei suoi sottobosco, delle sue pieghe. Meglio ancora, usurato da tanti anni di militanza (assai positiva dall'angolazione dei risultati ottenuta). Forse, con il tempo, ha esasperato - magari inconsapevolmente - la propria intolleranza: prima verso le regole non scritte (ricordiamo, ad esempio, ancora il caso-Marchetti, che sapeva tanto di mobbing) e, più tardi, verso i regolamenti. Comunque, verso certe situazioni e, in generale, verso chi vive ed opera attorno a questo mondo strano della palla che rotola. E, magari, necessita di fermarsi: per un po' o per sempre. Perchè riposare, ad un certo punto, è un diritto. Tanto, a Cagliari lo ricorderanno con stima, per sempre. I riflettori, così, potranno puntare su altre latitudini: sull'isola basta il sole del Mediterraneo.
mercoledì 21 novembre 2012
Eroi di serie A. E di serie B
Faticavamo a crederci, ma è vero. La notizia è vera, assolutamente vera. A Torino, alla Continassa, proprio davanti allo stadio recentemente costruito dalla Juventus, con grande intuizione manageriale e con l'appoggio incondizionato dell'amministrazione comunale, che non aveva lesinato un appoggio concreto (cioè, economico: terreno concesso a basso, bassissimo costo) e che continua a sostenere fattivamente il progetto (l'area della struttura si potenzierà ancora, sempre a basso costo), scorreva corso Grande Torino. Un'arteria pubblica ma, al contempo, un omaggio alla storia (del calcio e della città), ma anche a uno dei simboli dell'italico pallone. Ad una leggenda di cui quest'Italietta un po' meschina di questa quotidianità può vantarsi. Bene, oggi quella strada cambia nome. Si chiama (è ufficiale, dalle quattordici e trenta) corso Gaetano Scirea, indimenticato libero del club bianconero e della Nazionale. Che avrebbe meritato e merita un ricordo, un tributo: nessuno si oppone. Dispiace, però, quella sostituzione. Perchè di sostituzione, alla fine, si tratta. Molto più dolorosa di quelle che si abbattono a match in corso, magari a dodici o a ventisei minuti dalla fine del match. E che tanto infastidiscono e scandalizzano chi, in campo, viene surrogato e, quindi, chi si ritiene sfregiato nell'immaginario collettivo. Quella sostituzione amareggia: anche se a breve, al Grande Torino, sarà intotala una piazza, ma altrove. Non solo la tifoseria del Toro, probabilmente. E non solo la città di Torino: che resta la casa del club granata, il più seguito all'interno dei confini del capoluogo piemontese. Vista così, brutalmente, è come se esistessero morti di serie A e di serie B. Miti di prima e di seconda divisione. Ricordi di primo e di secondo piano. Eroi di prima e di seconda mano. Sacrificati (i secondi) sull'altare del peso specifico, dello spessore politico, della potenza econimica e della forza mediatica di questa o di quella società. Di questa o di quella tifoseria. Di questa o di quella fede calcistica. Di questa o di quella storia. Ed è come se si fosse abbattuta su questo Paese senza più identità una nuova sconfitta. La sconfitta di tutti: nonostante un trasloco non significhi cancellazione del ricordo.
martedì 20 novembre 2012
L'orgoglio ferito che cancella il rigore
Ci sono direttori di gara che non deviano in corsa. Ed altri più disposti a rimettere in gioco se stessi, se serve: talvolta succede. Anche se in campo l'ammissione di colpa, per tanti, è ancora una macchia, una iattura. Molte volte, è questione anche di buon senso: chi ce l'ha, se lo tiene. E, chi non ce l'ha, non può acquistarlo. In altre circostanze, la cooperazione soccorre: e ci mancherebbe, dal momento che gli assistenti si moltiplicano, anno dopo anno. Almeno nel calcio dei più ricchi. Altre volte, la sinergia naufraga nel personalismo: ed è il momento peggiore. Comunque vada, però, sarà un insuccesso: perchè un'ammonizione, un penalty, un cartellino rosso o un semplice calcio di punizione accontenta uno e scontenta l'avversario. Ogni match, poi, possiede una sua storia. E, dentro ogni storia, ci sono atteggiamenti e approcci diversi. La storia di Matera-Battipagliese (serie D, girone H, uno a zero) è inedita, a queste latitudini. Se la memoria non ci inganna, è chiaro. O, meglio, è inedita la storia di un episodio che marchia la partita. Scorre il minuto ventitre, è il primo tempo. Il lucano Ciano interviene sul campano Trimarco: per il leccese Calogiuri è fallo da rigore. Dubbio, per chi rivede il filmato dell'azione. E anche per la maggior parte di chi è allo stadio. L'attaccante battipagliese, tuttavia, si lascia (ingenuamente?) scappare un commento che tradisce la sua simulazione. Un assistente di linea capta e, immediatamente, riferisce. Risultato: soluzione dagli undici metri commutata in fallo contro. E, ovviamente, anche sanzione personale per Trimarco. Giustizia ristabilita, nella sostanza: senza ricorrere ad una moviola che non c'è e che non è ammessa. E senza il minimo sospetto di doversi pentire. Pochi secondi per ricredersi: ma quanto basta per guadagnarsi l'elogio. Non tutti, dicevamo, sanno cambiare in corsa. Anche se, nel caso specifico, una malignità ci spinge a sorridere: ma non vi diciamo quale. Pensiero finale: magari, la tecnologia in campo non sfonda, dilatando il valore delle disattenzioni di chi deve giudicare. Ma, almeno, l'orgoglio ferito aiuta gli arbitri a rivedere le cattive decisioni. E a sconfessare i provvedimenti che, altrimenti, sarebbero tranquillamente destinati a sporcare e spaccare la partita.
lunedì 19 novembre 2012
Il campionato delle storie già viste
La fede calcistica e il gioco delle barricate non c'entrano. Quelle, magari, sono la cornice. Il problema, invece, è concettuale. Ed è un problema, dicevamo recentemente, di credibilità, innanzi tutto. Che qualsiasi ragionamento, anche il più logico ed equilibrato, non può minimizzare. Che la realtà del pallone (la velocità d'esecuzione di qualsiasi giocata, la fallibilità del giudizio umano, l'ostracismo alla tecnologia) non può cancellare. Che il buon senso (chiunque agisce credendo di operare al meglio: questo è un postulato, altrimenti i giochi si chiudono e non se ne parla più) non riesce a devitalizzare. E che neppure gli interventi stizziti ed istituzionali di Nicchi o di Braschi, ma anche di chi li ha preceduti o li surrogherà, hanno potuto, possono e potranno spazzare. Gli errori (piccoli, minimi, grandi o esagerati) si rincorrono e la classifica della serie A continua a risentirne. Come ieri, come l'altro ieri. E, di conseguenza, si rincorrono pure le polemiche. Solo che, adesso, le incertezze della categoria arbitrale tornano a premiare sempre gli stessi. Sembra di vedere un film già visto. E a metà della gente d'Italia questo non piace. L'ultimo caso sconvolge il finale di Inter-Cagliari, esattamente sette giorni dopo certi dubbi (fondati) sorti durante Atalanta-Inter e non troppo tempo dopo i fatti di Juve-Inter: l'intervento in area su Ranocchia, ad una manciata di secondi dalla fine del match, è chiaramente falloso, ma Giacomelli non vede. Non vedono, sembra, neppure gli assistenti e neanche il quarto, il quinto e il sesto uomo. Occorre andare dagli altri per ottenere la conferma: ma chi siede in gradinata o in tribuna, si sa, non decide niente. La questione, a questo punto, comincia ad indispettire qualcuno: ed è normale che sia così. Perchè la lotta per il titolo, ormai, è fortemente segnata da determinati episodi: comunque vada a finire. Un'altra volta. Detto fuori dai denti, confermiamo tutto: non crediamo a certi giochi sotterranei. Ma il punto è un altro: ci crede davvero anche il tifoso comune, che poi è l'unico e vero cliente del calcio, cioè quello che va allo stadio, che si abbona alla pay tv, che legge i quotidiani e segue le trasmissioni sponsorizzate dalla domenica al sabato successivo? Onestamente, ne dubitiamo. Ecco perchè non è un problema di fede, ma di credibilità. Che, alla fine, sorregge un progetto, la quotidianità, un Paese. E, quindi, anche il pallone, ormai solcato da una cultura complottista. Che certe sentenze recenti rafforzano, invece di affievolire. Ecco, quello che la gente comincia tristemente a pensare è che il destino del campionato sia già compiuto, molto prima della metà del suo cammino, al di là dello spessore e della qualità delle concorrenti. E al di là delle parole vergate di garbo di Moratti. Cioè, già disegnato e deciso a tavolino. Nicchi, o chi per lui, si riapproprierà dei microfoni di una tv generalista che, di questi tempi, insabbia praticamente tutto, liberando il proprio malumore: è il suo mestiere, è giusto che lo faccia. Senza, però, minacciare o intimidire la stampa libera, come si è permesso di fare ultimamente. Ma quanti saranno ancora disposti a credergli?
lunedì 12 novembre 2012
Immobile, non c'è inganno
Il Genoa parte bene, benissimo. E finisce male, sommerso dal ritorno del Napoli. Voto: 5. Il Napoli paga certi affanni recenti e, appena si sveglia Cavani, raggiunge e sorpassa la formazione di Delneri, reinventando un campionato che, lentamente, sembrava spegnersi. Voto: 6,5. Più alta, piuttosto, è la quotazione del giudizio su Ciro Immobile, napoletano che quest'anno prova a segnare in Liguria. Privo, peraltro, della soddisfazione personale da un po' e, dunque, discretamente motivato: e non importa se, di fronte, c'è la squadra della sua città. Merita otto, il ragazzo. E non solo per la marcatura che piove a metà del primo tempo. Il meglio, piuttosto, arriva davanti microfoni, dopo il novantesimo: «È sempre bello segnare, non ci riuscivo da tre giornate, avevo voglia di farlo. Perché non avrei dovuto gioire?». Almeno per una volta, cioè, qualcuno si carica della responsabilità di scalciare l'ipocrisia a cui anche il nostro calcio si sta abituando. E anche quel falso perbenismo che si arrampica quando la questione si fa frivola (perchè, altrimenti, si abbattono legnate: e gli sconti, nel momento in cui il gioco si fa duro, non esistono). Immobile fa quel che deve e si comporta com'è normale che sia: esultando. Per obbedire ad un concetto sacro, dove competizione e professionismo si fondono. Non c'è inganno: e Immobile va riverito per questo. La festa dopo il gol è spontanea e sincera: e non è neppure il frutto emotivo e indesiderato di un riflesso condizionato mal gestito. E sì, perchè pure le emozioni, a volte, si frenano. Non per convinzione, ma per convenienza.
martedì 6 novembre 2012
Adriano e il talento sprecato
Dalla favela al grattacielo. Andata e ritorno. Adriano Leite Ribeiro spreca anche le ultime briciole di credibilità sopravvissute sulla pedana del Barra Show, uno dei locali del culto carioca, e nella selva di parole dettate per ufficializzare il disimpegno dal Flamengo, il club che aveva provato a recuperarlo un'altra volta. E anche dal pallone. Almeno per un po'. Sì, perchè il ragazzo è certo del suo futuro, ma poi non troppo. Ora, dice, preferisce divertirsi: legittimamente. Avendo, peraltro, già accumulato quello che serve per galleggiare più che dignitosamente anche nel Brasile che continua a crescere. E frequentare la realtà da cui provene, cioè uno dei grandi alberghi di fango e zinco che popolano le colline di Rio. Ad ogni modo, il sacrificio e l'allenamento sono mentalmente lontani. Quindi, basta con l'erba del campo, con l'incombenza degli orari e l'odore dell'olio canforato. Ma solo per qualche mese, assicura. Il contratto con il club della Gávea è stracciato, risolto. Così come gli altri che lo hanno preceduto. Quelli con la Roma e con il Corinthians, ad esempio. Però, ritenterà a garantirsene un altro, giura: nel duemilatredici. La verità, intanto, è che la sua potenza e il suo fiuto realizzativo sono nell'album dei ricordi. Che, con il pallone, Adriano ha ormai molto poco da spartire, dal punto di vista affettivo. Che, senza voler apparire bacchettoni, il suo nuovo stile di vita non puà essere considerato al servizio dello sport. E che un talento puro è andato sprecato, in pochissimi anni. E molto prima del tempo. Contento lui, tuttavia, contenti tutti. O quasi. Ma l'ultima dichirazione (il rientro sul palcoscenico, l'anno prossimo) è solo l'ultimo inganno. A se stesso, soprattutto. Sempre che, su Adriano, esista ancora qualcuno disposto a crederci: tra un giorno, tra un mese o tra sei.
domenica 4 novembre 2012
L'Inter e la credibilità del pallone
L'Inter finalmente plasmato da Stramaccioni va ringraziato. Perchè la suspence che deve alimentare la disputa del campionato è salva. Perchè la battaglia per il titolo resta ufficialmente aperta, cioè viva. Perchè, se la Juve non fugge verso l'infinito, l'interesse popolare è garantito per un altro po' e, dunque, ci guadagna l'intera comunità calcistica d'Italia. Perchè la competizione serrata, da sempre, fa crescere il movimento del pallone. O, almeno, non appiattisce e non impoverisce lo spessore del torneo più blasonato di casa nostra. Ma l'Inter che insegue, agguanta e supera i bianconeri in casa loro e che, soprattutto, reagisce sul campo e con fatti concreti alle ingiustizie (c'è un altro episodio che premia ingiustamente la Juve, appena sette giorni dopo i fatti di Catania) va, forse, addirittura venerato. Perchè la sua rimonta annacqua altre polemiche feroci e galoppanti, ormai sull'uscio. Perchè protegge (meglio di qualsiasi difesa d'ufficio) la categoria arbitrale da un nuovo temporale, ormai difficile da controllare. Perchè libera da ogni imbarazzo la stessa Juventus, tradizionalmente costretta a convivere con certi pregiudizi guadagnati in passato. Alleggerendola, oltre tutto, della responsabilità di un'imbattibilità da preservare. E perchè, piaccia oppure no, puntella un po' la credibilità del pallone, a queste latitudini. Quella stessa credibilità che neppure il designatore si preoccupa di irrobustire. Riservando, per un match ad altissimo rischio, il nome e il cognome di un direttore di gara ormai compromesso - a torto o a ragione, non importa - con la storia. Personaggio serissimo, senza dubbio alcuno: ma anche condannato ad allargare l'alone del sospetto, cioè uno dei caposaldi della Repubblica.
giovedì 1 novembre 2012
Neymar, poi solo sertão
Ci sono le nomination. E riparte la rincorsa, annuale e patinata, al Pallone d'Oro, lotteria senza suspence per un alloro ipervalutato. Che, francamente, non ci solletica granchè. Ovviamente c'è il nome onnipresente dell'argentino Messi, ovviamente anche quello del portoghese Cristiano Ronaldo. E, a rimorchio, un gran numero di spagnoli (Casillas, Iniesta, Xavi, Xabi Alonso, Busquets, Iniesta, Piquet e Sergio Ramos), l'inglese Rooney, il turco di Germania Özil, il francese Benzema, lo svedese Ibrahimovic, l'altro argentino Agüero, gli ivoriani Drogba e Touré, l'olandese Van Persie, il colombiano Falcao, il tedesco Neuer e persino tre italiani (Pirlo, Buffon e Balotelli). Da più lontano, infine, spunta la classe di Neymar, orgoglio del pallone brasiliano. E unico rappresentante del Paese sudamericano: che, da sempre, rifornisce i sogni di mezzo mondo. Non è un dato da poco, pensandoci bene. Perchè, evidentemente, il calcio bailado di un tempo non riesce più a spremere qualità individuali di primissima qualità. La recessione, visto che di recessione si tratta, galoppa da qualche anno, ormai. Come il rendimento insicuro della Seleção sembra confermare. Oltre tutto, a due anni di distanza dai Mondiali che proprio il Brasile ospiterà. Tra non poche polemiche: calcistiche e politiche. Intanto, Neymar è, di fatto, l'unico verdeoro veramente spendibile, oggi, a livello internazionale. Attorno, solo un sertão di mediocrità. Conseguenza, viene da pensare, della veloce europeizzazione del calcio brasiliano. Che, negli ultimi anni, ha riempito gli organici del suo massimo campionato di troppi volantes, quelli che noi chiamiamo mediani: cioè buoni corridori e ottimi incontristi, ma assai poco ispirati. Obbligando l'intero movimento, perciò, a sintonizzarsi sulle frequenze della convenienza spicciola. Un'operazione culturale, prima ancora che un'innovazione tattica: praticamente coeva del percorso inverso reinaugurato dai club europei. Come dire: il mondo cambia in fretta. Anche per questo, probabilmente, siamo sempre più confusi. In attesa di ritrovarci calcisticamente più depressi.
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